Caro Peter,

l’onorevole Fassino mi scrive ponendo un problema sul video che lo riguarda e una questione politica più generale sull’opposizione del Pd al governo Berlusconi. Tema di cui il Fatto si sta già occupando con il dibattito sul “male minore” riguardo il Lodo Alfano e che intendiamo approfondire sia sul giornale di carta che sul sito.

Antonio Padellaro


Caro Direttore,

sul sito del Fatto da alcuni giorni viene trasmesso un video che suscita reazioni e su cui vorrei dire la mia. Anche perché il video riguarda soltanto la parte finale e più accesa di una discussione che, estrapolata dal contesto, assume evidentemente connotati diversi da quel che è stata. I fatti. Giovedì 1 luglio sono andato alla manifestazione di Piazza Navona contro la legge sulle intercettazioni. Quando sono giunto mi sono state richieste da radio e tv dichiarazioni che ho puntualmente rilasciato, denunciando in modo chiaro e netto l’aberrazione di quella legge. Terminate le interviste, mi sono recato ai piedi del palco per ascoltare i discorsi degli oratori. Lì mi si avvicina un attivista di “Agenda rossa”, apostrofandomi in modo aggressivo e accusandomi di non denunciare le malefatte di Berlusconi. Lo ascolto e pacatamente rispondo che non è così, ricordando i molti fronti di impegno dell’opposizione. Alle mie risposte, tuttavia, il mio interlocutore replica aumentando aggressività e tono della voce. E a lui si aggiunge una ragazza, anch’essa di “Agenda rossa”, che con tono altrettanto aggressivo riprende le accuse di remissività. Visto che non ci sono le condizioni per un confronto pacato, mi allontano. Dopo qualche minuto i due attivisti mi raggiungono – seguiti da una troupe televisiva che non si qualifica – e ripropongono le loro tesi con toni sempre aggressivi. A questo punto – e solo a questo punto – reagisco duramente e lo faccio perché non è accettabile imbastire processi sommari con accuse prive di qualsiasi fondamento.

Naturalmente quando una discussione si fa aspra, anche i toni e le parole lo diventano. E può accadere anche che si ricorra a qualche espressione eccessiva o brutale. E se ciò ha urtato la sensibilità di alcuno, me ne rammarico, anche perché non c’era in me nessuna volontà di offendere chicchessia.

Ma è bene non essere ipocriti: una discussione è pacata se c’è rispetto reciproco. Se invece si usa l’aggressione, la risposta non può che essere dura e polemica. Io non ho disprezzato, né disprezzo nessuno. E non ho alcuna difficoltà ad esprimere apprezzamento per la passione politica che muoveva i miei interlocutori. Ma pretendo per me lo stesso rispetto che chiunque pretende per sé.

Aggiungo, infine, che il metodo di registrare una discussione, peraltro in modo parziale e del tutto decontestualizzata, e poi metterla in rete, senza che neanche i diretti interessati lo sappiano, è molto discutibile. Perché, anche se chi vi ricorre non ne ha intenzione, si trasforma facilmente in una forma di gogna mediatica.

Qualche considerazione. Comprendo benissimo che la politica di Berlusconi induca in tanti un sentimento più che giustificato di esasperazione e indignazione. E apprezzo – e non da oggi – il ruolo svolto dai movimenti di opinione e di società civile, con cui peraltro ho sempre interloquito. Nel 2002 fui l’unico dirigente del centrosinistra a confrontarsi con Nanni Moretti e le sue critiche. Ma non vedo perché l’indignazione per quel che fa la destra debba portare a credere – e far credere – che ne sia responsabile chi alla destra invece si oppone. È un errore, peraltro spesso ricorrente, credere che Berlusconi sia lì perché l’opposizione non fa abbastanza per sconfiggerlo, o peggio, perché c’è qualcuno nell’opposizione che ne è complice. Da qui, il passo è breve a credere che basterebbe volerlo e Berlusconi sarebbe facilmente cacciato.

Non è purtroppo così. Berlusconi è lì – anche se a noi ovviamente non piace – perché una quantità rilevante di italiani gli ha dato i voti consentendogli di avere una maggioranza in Parlamento. Una maggioranza peraltro blindata da una legge elettorale che priva gli eletti di qualsiasi autonomia e da un modo di governare fondato sui decreti e sui voti di fiducia.

Naturalmente questo non deve indurre a nessuna forma di rassegnazione o di passività. E difatti il PD e l’opposizione – nonostante abbiano 100 Deputati e 50 Senatori in meno della maggioranza – si battono ogni giorno per contrastare Berlusconi e la sua politica. E proprio in queste ore le dimissioni di Brancher dimostrano che l’opposizione c’è, si batte e ottiene risultati. E la battaglia in corso sulle intercettazioni e sulla manovra economica sono altrettanti fronti di lotta su cui PD e opposizione sono impegnati da settimane senza ambiguità.

Perché, dunque, dividerci polemicamente tra intransigenti e remissivi, quando invece siamo tutti consapevoli che l’unità è una delle condizioni essenziali per essere più forti ?

Certo, un politico non deve sottrarsi al giudizio dei cittadini. E io non l’ho mai fatto. Anzi, sono abituato al confronto, se necessario anche a muso duro. E questo non per arroganza, ma per “passione”, perchè credo in quello che faccio e mi batto per le cose in cui credo. Solamente chiedo di essere giudicato per quello che sono. E in questi giorni proprio su questo sito, invece, ho letto giudizi sommari e parole spesso offensive, che non corrispondono alla mia storia.

Vorrei ricordare che ho preso nel 2001 i DS piegati dalla sconfitta e nei cinque anni successivi li ho guidati al successo in tutte le elezioni amministrative, regionali, europee e politiche di quel quinquennio, riportando Prodi e l’Ulivo al governo. Aggiungo che all’indomani delle elezioni del 2006 – quando sarebbe stato del tutto naturale come avviene per ogni leader che vince le elezioni, che assumessi responsabilità di governo – vi ho rinunciato per dedicarmi al progetto del PD. E quando si è giunti alla fondazione del Partito Democratico, non ho esitato a favorire l’ascesa di Walter Veltroni a guidare quel partito, alla cui costruzione io avevo dedicato ogni mia energia. Non so quanti politici italiani avrebbero agito con altrettanta responsabilità e generosità, anteponendo obiettivi e interessi più generali a pur legittime aspirazioni personali. E ti ringrazio, caro direttore, di essere stato – quando dirigevi l’Unità – tra coloro che me ne ha dato atto pubblicamente. Di tutto questo mi piacerebbe che anche coloro che leggono il Fatto e ne seguono il sito, tenessero conto.

Ringraziandoti per la pubblicazione e ringraziando chi avrà voluto leggermi, con amicizia.

Piero Fassino

Gentile onorevole Fassino,

per quanto riguarda il video le ricordiamo i giornalisti de “Ilfattoquotidano.it”, come quelli del Fatto Quotidiano, non utilizzano un “metodo molto discutibile” quando fanno cronaca. Riportano i fatti, e li contestualizzano sempre. Inoltre, l’idea che chi offre un microfono davanti a una telecamera, come abbiamo fatto con Lei e i ragazzi dell’Agenda Rossa, debba poi avvertire che quelle immagini verranno utilizzate è, per usare un eufemismo, singolare.

Come è stato scritto nell’articolo del nostro valente cronista David Perluigi, testimone oculare degli avvenimenti (qui riproposto), dopo i suoi diverbi con gli elettori Le è stato chiesto un ulteriore commento. Il Fatto si è qualificato, ma Lei ha messo una mano sul nostro microfono e, nel bel mezzo della manifestazione anti-bavaglio, ha detto che non rilasciava interviste, che ‘Non si faceva prendere la voce così’ e ha accusato i ragazzi delle Agende Rosse di “aver inscenato un teatrino per i giornalisti”.

Sulle considerazioni politiche contenute nella sua lettera, così come su quelle relative alla sua storia personale, lasciamo invece – per il momento – ogni valutazione ai lettori. ConfermandoLe però che saremo in ogni caso felici di ospitare interventi, suoi e di chiunque altro, che contribuiscano ad approfondire il dibattito e la discussione sul rapporto sempre più difficile tra politici ed elettori.

Cordialmente

Peter Gomez

direttore de ilfattoquotidiano.it