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di Natalino Balasso | 3 luglio 2010

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L’Italia si fonda sul lavoro. Peccato

E’ più importante il lavoro o è più importante l’uomo? E’ più importante la nostra sicurezza dai criminali o è più importante che questi smettano di essere criminali?

Che ci sia un regresso delle civiltà occidentali a livelli preottocenteschi è sotto gli occhi di tutti. Oggi è purtroppo ancora valida la frase contenuta nel libro del Siracide (nella Bibbia): “Il ricco commette ingiustizia e per di più alza la voce, il povero subisce ingiustizia e per di più deve chiedere scusa”.

A me personalmente, che ci sia una sinistra che si sposta a sinistra o una destra che stringe verso il centro, non me frega un cazzo. Parlare delle formule fa trascurare i contenuti (non lo dico io, lo diceva un figo: Epitteto, 50 dopo Cristo, tutti dovrebbero leggerlo, altro che Vangeli…) e io vorrei passare ai contenuti. Eccoli.

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Peccato. Chi dice che il lavoro è una bella cosa o non ha bisogno di lavorare o ha un bel lavoro.

Che cos’è oggi il lavoro? Il lavoro moderno è inserito in una roba antichissima che si chiama Mercato. Siccome non è il mio campo (dedico la mia vita a rifuggire il lavoro) mi limito a 3 piccoli paradossi.

PARADOSSO 1: Io possiedo una fabbrica che ricicla bottiglie di plastica. Secondo le regole del mercato devo riciclare sempre più bottiglie per essere al passo con la concorrenza. Dunque, per il mio benessere e quello (minore) dei miei operai devo sperare che ogni anno si producano sempre più bottiglie di plastica. In conclusione: affinché la missione ecologista della mia fabbrica sia efficace devo sperare che si inquini sempre di più.

PARADOSSO 2: Io sono un poliziotto con uno stipendio decente. Il mio scopo è quello di catturare e incarcerare i delinquenti. Ma per il mantenimento del mio stipendio e della mia famiglia ho bisogno che continuino ad esserci criminali da catturare. Se domani all’improvviso tutti smettessero di delinquere io non avrei più un lavoro. Dunque, se io voglio continuare a mantenere la mia famiglia dovrò sperare di sconfiggere i criminali ma non il crimine.

PARADOSSO 3: Io gestisco un ospedale che, come tutti sanno, è un luogo che per poter esistere ha bisogno di malati. Se domani all’improvviso tutti fossero sani il mio ospedale chiuderebbe, io non potrei pagare la mia bella casa e i medici del mio ospedale non saprebbero come campare. Dunque, quando dico che la ricerca deve sconfiggere poniamo caso il cancro, non intendo esattamente dire quello che dico. Per il mio benessere il cancro va curato ma non sconfitto.

Ed eccoci per forza arrivati al paradosso dei paradossi: autoconvincerci che non c’è alternativa al profitto, alla concorrenza, all’arricchimento di pochi, equivale a offrire vittime sacrificali a un drago che non esiste. E’ la paura del drago che ci tiene tutti buoni e ci fa accettare la barbarie odierna. D’accordo, ma perché non provare a costruire una civiltà diversa? Veramente diversa. In questa civiltà le nazioni non dovrebbero essere fondate sul lavoro, ma sul benessere di tutti, quello vero, quello che mira a inquinare di meno, a non delinquere, a sconfiggere le malattie e il bisogno. Oppure, se proprio vogliamo tenerci questa, chiamiamo le cose col loro nome, diciamo che siamo per il privilegio di pochi e non raccontiamoci balle. L’Italia è una repubblica fondata sulla paura.

Come diceva un altro figo che tutti dovrebbero leggere, Henry Laborit: “Nell’esame di un problema, non dovremmo limitarci mai al sottoinsieme che ci viene proposto. Non dovremmo limitarci nell’analisi di un’azione all’interesse di un individuo, di un gruppo, ma considerare se possibile il significato di quell’azione rispetto alla specie, cioè all’intera umanità”.

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