La Camera respinge la richiesta di arresto per il sottosegretario Nicola Cosentino.

 

Le notizie lette o stampate, a volte, portano date sbagliate. Oggi possiamo scrivere del sottosegretario Nicola Cosentino indagato per i suoi rapporti con la camorra e assolto dalla Camera dei deputati che, ratificando il parere della Giunta sulle autorizzazioni, proprio poche ore fa ha respinto la richiesta d’arresto. Oppure possiamo ricordare che domani saranno ascoltati i fratelli Graviano, i boss di Brancaccio, nell’ambito del processo d’appello al senatore Marcello Dell’Utri, condannato a nove anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Possiamo persino riesumare i papelli e ricostruire le fasi della trattativa tra Stato e mafia. Fermiamoci un attimo, per quasi quattro minuti, e ascoltiamo il discorso del giudice Paolo Borsellino a Bassano del Grappa sulla “contiguità” tra la malavita organizzata e i politici. Contiguità: “Vicinanza immediata. Affinità logica” (Devoto Oli 2007). “Dalle nostre indagini – diceva Borsellino – sono emersi dei rapporti tra i politici e i mafiosi. Situazioni di vicinanza o comunanza di interessi che, però, non rendevano automaticamente il politico responsabile del diritto di associazione mafiosa. Non basta fare la stessa strada per essere una staffetta. Oltre ai giudizi dei giudici, ci sono i giudizi politici. Ci sono delle regole deontologiche. Non bisogna solo essere onesti, ma apparire onesti. E c’è un equivoco di fondo: si dice che quel politico era vicino alla mafia, che quel politico era stato accusato di avere interessi convergenti con la mafia, però la magistratura, non potendone accertare le prove, non l’ha condannato, ergo quell’uomo è onesto… e no! […] Questo discorso non va, perché la magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire, be’ ci sono sospetti, sospetti anche gravi, ma io non ho le prove e lacertezza giuridica per dire che quest’uomo è un mafioso. Però i consigli comunali, regionali e provinciali avrebbero dovuto trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze sospette tra politici e mafiosi, considerando il politico tal dei tali inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Ci si è nascosti dietro lo schema della sentenza, cioè quest’uomo non è mai stato condannato, quindi non è un mafioso, quindi è un uomo onesto!”. Sono osservazioni e riflessione atemporali, Borsellino potrebbe ripeterle oggi. Se non l’avessero ammazzato. Era il 26 gennaio 1989.