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martedì 24/01/2017

Ficarra e Picone, “L’ora legale” è un trionfo. “Siamo un po’ tutti disonesti che, in fondo, si sentono onesti”

La commedia è al primo posto nel box office ed è uscita il 19 gennaio. Ha già incassato 3 milioni 253mila euro. "Deve far riflettere: uno spettatore l'ha scaricata da un sito pirata, poi però ci ha ringraziato"

Salvo Ficarra e Valentino Picone – F e P per il lettore – dicono che non se l’aspettavano e smistano complimenti. Dopo il fine settimana, il loro ultimo film, il quinto, “L’ora legale“, paradosso urticante e senza consolazione sulla classe dirigente e sul corpo elettorale, è in testa agli incassi con oltre 3 milioni di euro. Un trionfo che sulla loro pagina Facebook ha prodotto negli ultimi tre giorni migliaia di messaggi.

Gli spettatori si felicitano? F: Non solo su Facebook, anche su altri siti. Tra i commenti entusiasti ce n’è uno che ci ha colpito. Uno spettatore sostiene che L’ora legale faccia riflettere, che è un soffio di vento contro la disonestà e che dopo averlo visto ha finalmente compreso l’esigenza di pagare le tasse per ottenere i servizi.

È tutto molto edificante. P: Se non fosse che lo stesso spettatore conclude il suo messaggio rammaricandosi per la qualità dell’immagine. ‘È un po’ mossa – scrive – però poi ci si abitua’. Ed è lì che io e Salvo capiamo che lo ha scaricato illegalmente.

Non male. F: Prima si indignano e poi lo scaricano illegalmente, capisce?

Quindi? P: Quindi come abbiamo provato a raccontare nel film c’è un Patanè, un disonesto che non si sente tale in ognuno di noi.

Cosa volevate raccontare? F: Volevamo far ridere raccontando un tema che ci sta a cuore. Per far ridere ci siamo spinti molto in là con le caratterizzazioni. Ci pare che non si sia offeso nessuno però. Una ragazza di Pisa ci ha scritto che si è arrabbiata, ha sofferto ed è tornata a casa con un peso sulle spalle da elaborare. ‘Sono in cammino’, sottolinea.

È preoccupante. Non vi intimorisce essere accostati alla categoria del cinema civile? Qual era l’obiettivo iniziale? P: Il desiderio di raccontare un aspetto della vita italiana. Se si ferma per dieci minuti in un bar, qualcuno che straparlando dice che i politici sono tutti cornuti lo trova senz’altro. E insieme a quello, trova anche il contraltare: un avventore che risponde e controbatte: ‘Ma qualche responsabilità ce l’abbiamo anche noi’. Ecco, sull’anche noi, io e Salvatore abbiamo costruito un film.

Come sintetizzereste il significato de L’ora legale? F: Un film che spinge a rimboccarsi le maniche. Tutti, nessuno escluso.

E lei, Picone? P: Un film che racconta che il primo passo, da solo, non basta. Non è che si va a votare e poi buonanotte. Si deve controllare, vigilare, controllare l’operato di chi abbiamo eletto. La partecipazione popolare non può limitarsi al solo giorno delle elezioni per poi magari, come diceva qualcuno, fottersi la matita.

Ficarra è d’accordo? F: Paolo Borsellino diceva che la rivoluzione inizia nelle urne. E non diceva ‘inizia’ a caso. Quello è solo il primo tempo, ma per vincere la partita devi continuare a correre e a controllare. A parole l’onestà la sbandierano tutti, ma ci pare che in giro, anche se è ancora una sparuta minoranza a portarne avanti le istanze, ci sia voglia di cambiamento.

Vi sembra che la storia del sindaco acclamato come portatore sano di onestà e poi rapidamente ripudiato abbia agganci con la realtà attuale? F: Quando abbiamo visto che Virginia Raggi chiedeva l’Imu al Vaticano proprio come fa il sindaco di Pietrammare con il pretino Leo Gullotta ci siamo quasi arrabbiati: ‘Ma questa che fa? Ci ruba l’idea?’. In verità il film non parla dei politici, ma parla di noi.

Oggi la vera Raggi sembra in grande difficoltà. Un contrappasso inevitabile? P: Il nostro Natoli somiglia a tutti i sindaci che dentro di loro sanno di essere onesti, non di quelli che si proclamano onesti. Vale per Raggi, ma potrebbe valere anche per Marino, Renzi e Berlusconi.

Non vi fa paura essere accostati alla categoria del cinema civile? F: È civile chiunque provi ad affrontare un tema con ironia secondo me. In Nati stanchi raccontavamo che non era il lavoro a mancare, ma la nostra voglia di sgobbare: ‘Se andiamo a faticare, chi andrà al bar? Non vogliamo essere considerati responsabili del crollo economico dell’isola’.

Siete stati molto criticati per il vostro No al Referendum costituzionale. P: Ci hanno rimproverato: ‘Vi siete schierati’. Lo rifarei mille volte e lo trovo non solo giusto, ma quasi doveroso. Non mi viene chiesto di rivelare il mio voto che è segreto e che tengo a mantenere tale. Mi viene chiesto di esprimermi sull’acqua pubblica o sulla Costituzione. Il grande Paolo Valenti, lasciando 90° minuto anni fa in punto di morte, rivelò di essere tifoso della Fiorentina. Era solo calcio e già allora si temeva di schierarsi. Sono passati molti anni, ma il timore di infrangere chissà quale equilibrio rimane identico.

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Lo sberleffo

I 96 anni del Pci e i 70 di Sposetti

Quando si dice il destino. Addì sabato 21 gennaio c’è stato un doppio, imponente genetliaco: i 96 anni del vecchio caro Pci, nato nel 1921 nel teatro San Marco, dopo la scissione dal Psi, e i 70 anni del senatore dem Ugo Sposetti, tuttora custode del patrimonio in pancia al Pds.

Sposetti, di tradizione riformista indi dalemiana, ha fatto le cose perbene e ha riunito a pranzo, a Palazzo Rospigliosi a Roma, i sopravvissuti dell’antica Ditta, dai togliattiani all’ultima generazione berlingueriana: Napolitano e Macaluso, Cervetti e Tortorella, D’Alema e il renziano Fassino (ma solo perché è stato l’ultimo segretario della sequenza Pci-Pds-Ds). Unico assente giustificato, Pier Luigi Bersani, impegnato in famiglia a Piacenza. Adesso che l’antirenzismo non è più perdente è bello sapere che Tortorella e Macaluso non litigano più e che sabato prossimo a Roma D’Alema ritorna in campo con il suo comitato del No trasfigurato in un’assemblea per il nuovo centrosinistra. Quante iniziative, quanto ardore, quante facce già viste. Peccato però per la torta: alcuni illustri invitati si sarebbero lamentati per la mancanza di un rosso acceso sul dolce. Forse sarebbe stato meglio fermarsi prima, alla frutta.

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