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giovedì 17/05/2018

Rai, ecco il contratto di Fabio Fazio: a lui 2,2 milioni di euro. Alla sua società altri 10,6

Che tempo che fa - Il costo totale è 18, l’artista ne guadagna 2,2. Format e produzione sono di Officina Srl che al 50 % è del conduttore
Rai, ecco il contratto di Fabio Fazio: a lui 2,2 milioni di euro. Alla sua società altri 10,6

Oltre 18 milioni di euro all’anno. Tanto costa mandare in onda il programma Che tempo che fa, condotto da Fabio Fazio, passato da Rai3 a Rai1. Il Fatto è ora in grado di rivelare – sulla base dei documenti interni all’azienda di Stato – i dettagli delle spese del programma, compreso l’incasso di Officina Srl, società proprietaria del format che ne realizza la produzione (le quote sono detenute al 50 per cento da Fazio stesso, il restante da Magnolia).

Finora era noto il compenso del conduttore: quei 2.240.000 milioni di euro all’anno (al lordo delle imposte) stabiliti dal contratto numero 19.630 stipulato il 28 luglio 2017: il compenso “per l’opera artistica e professionale” riguarda 64 puntate per il ruolo di “conduttore, autore testi/consulente artistico-autorale, direttore artistico”, per quattro anni, fino al 2021.

Il punto più delicato riguarda i costi di produzione con “appalto parziale” (senza gara) e lo sfruttamento del format, contrattualizzati con Officina Srl nel settembre 2017 per evitare che le emittenti concorrenti potessero mettere le mani sul programma di Fazio.

E qui la novità. I 18.325.350 euro di costi annui sono così suddivisi: 10.644.400 per il solo primo anno del quadriennio, di cui 704.000 annui per i diritti del format, il resto sono quindi i costi di produzione. Denaro che finisce nelle casse di Officina Srl. Poi, per la Rai, ci sono i costi di rete: scenografia, regia, redazione, acquisto diritti di filmati e foto, quantificati in 2,8 milioni di euro. A ciò si aggiungono altri 2,6 milioni per costumi, trucco, riprese, servizi in esterna e così via.

Per ogni puntata in prima serata, quindi, la Tv di Stato spende 409 mila euro. Un costo rilevante per un programma fatto di interviste ma, ripetono da viale Mazzini, comunque inferiore agli 800.000 di media a serata per “gli intrattenimenti tipici” trasmessi dalla rete in quella fascia oraria (come ad esempio le fiction) che salgono a 1,1 milioni per “i top di gamma”.

A parte il risparmio rispetto a trasmissioni di altro genere (che in Rai tengono a sottolineare), la dirigenza della tv è convinta che sia un buon affare: a fronte di 18,3 milioni di costi, stima ricavi per la stagione in 20,3 milioni di euro. Tali introiti pubblicitari, secondo i documenti Rai, sarebbero frutto di uno share atteso per la prima parte della trasmissione intorno al 18 per cento, per la seconda al 13 per cento.

Gli inserzionisti inoltre non possono avanzare reclami se lo share, rispetto a queste percentuali, è inferiore del 5 per cento, una soglia che prima era stata fissata al 2 e poi è stata alzata. In 11 puntate Che tempo che fa ha raggiunto e a volte superato il 18 per cento di share. Per esempio nella prima puntata del 24 settembre 2017, o di quella del 20 aprile con ospite Matteo Renzi. Anche Silvio Berlusconi ha portato bene, il 18 febbraio, quando hanno seguito il programma 4,6 milioni di spettatori.

Altre 18 puntate, però, sono state meno seguite: il 15 ottobre, per esempio, il programma si assesta al 14,9 per cento, quando erano ospiti i genitori di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto e lo scrittore Andrea Camilleri; il 21 gennaio al 14,3; l’8 aprile al 16,7.

Di fatto, i costi del programma rispetto a quando andava in onda su Rai3 sono quasi raddoppiati: nell’edizione 2014-2016, costava 10,3 milioni di euro (c’era solo la prima serata). In questo caso, si scopre ora, era in perdita: i ricavi ammontavano a 7 milioni di euro, con un saldo negativo finale di 3 milioni all’anno.

Intanto i costi della stagione 2017-2021 sono stati analizzati dall’Anac. L’Autorità anticorruzione, guidata da Raffaele Cantone, in un parere del 21 febbraio scorso (dove peraltro i dettagli dei costi sono stati omissati), scrive: “Non conforme al codice dei contratti la stipula da parte di Rai del contratto preliminare con l’artista, prima fra l’altro che la società di produzione del format televisivo, con cui è stato poi stipulato il definitivo, venisse costituita”. Sono stati poi riscontrati “sussistenti possibili rischi di non conseguire l’equilibrio costi-ricavi”.

Gli atti dall’Anac sono stati inviati alla Corte dei Conti: la Procura contabile potrà fare una valutazione solo all’esito degli introiti finali, quando si sarà chiusa la prima stagione del programma e se dovesse riscontrarsi uno squilibrio superiore alle oscillazioni prevedibili (e previste) dello share, potrebbe decidere che c’è stato un danno erariale. Il Fatto ha chiesto alla Tv di Stato perché non abbiano mai pubblicato ufficialmente i costi del programma: “La Rai è un’azienda assolutamente trasparente – rispondono da Viale Mazzini –, pubblica tutto: lo dimostrano i fatti. Non ultimo il massimo riconoscimento internazionale ottenuto nel settore degli acquisti e gare di appalto. Quello che però non può fare è infrangere quel margine di riserbo industriale che le consente di poter operare su un mercato fortemente concorrenziale”.

Sullo share di Che tempo che fa, “i dati medi da settembre a maggio attestano uno share del 16,4% e del 14,6% per la seconda parte della domenica fino a mezzanotte e saranno oggetto di analisi e comparazioni al termine della stagione”. E sui ricavi pubblicitari assicurano: “Quelli finora conseguiti presentano valori superiori rispetto ai costi sostenuti”.

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Lo sberleffo

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In principio furono le buche. Poi le voragini, la pioggia torrenziale, er traffico e la metro C. Sembrava mancassero solo le cavallette e il quadro era completo. Ma per la corsa a chi ha la battuta facile, i romani non hanno dovuto attendere molto. Ieri, su decisione del sindaco Virginia Raggi, l’assessore all’ambiente Pinuccia Montanari ha dato il via all’utilizzo delle pecore e degli animali da pascolo per la tosatura di parchi e giardini nella Capitale poiché “pur avendo una buona programmazione, ha bisogno di ulteriori risorse per rispondere alle esigenze dei cittadini”. Ad attendere Montanari e Raggi, un profluvio di critiche: “E i belati? Disturbano”, “E le feci? Sporcano”. E ancora: “Siamo al ridicolo, il sindaco più idiota della storia”. Peccato che di metodi eco per tosare e ripulire i luoghi pubblici delle città, ne sia pieno il mondo, e non è un’iperbole. È la Francia la regina dei tosaerba naturali, da 15 anni. Poi l’Inghilterra, Berlino. In Italia, il primo tentativo lo fece il governatore Zaia, nel 2004, “assumendo” degli asini. L’eco-pascolo ha poi raggiunto Torino, Melpignano, fino ad arrivare tra i comparti della Marina Militare di Venezia e Grottaglie, ma in questo caso fu il risultato dell’ironia di un ammiraglio: “Erba alta? Comprate delle capre”. E i soldati eseguirono alla lettera.

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