La politica culturale serve a formare cittadini sovrani, non sudditi e clienti passivi, serve per cercare di creare le condizioni perché le arti e le scienze si possano sviluppare liberamente così da contribuire alla crescita intellettuale del paese. In questo senso non c’è una separazione netta tra cultura umanistica e scientifica, o meglio il compito accennato prima accomuna le “due culture” e in questo senso le unifica. Come diceva Noberto Bobbio, “il primo compito degli intellettuali dovrebbe essere quello di impedire che il monopolio della forza diventi anche il monopolio della verità”, fornendo appunto gli strumenti culturali e intellettuali per interpretare quello che accade nella realtà che ci circonda, e prevedere in anticipo i disastri futuri è uno degli aspetti di questo lavoro.

Da 15 anni nel nostro Paese sono in atto tre diversi tipi desertificazioni. La prima è quella finanziaria. La scuola e l’università hanno subito tagli di bilancio, innestati dalla morsa delle due leggi Tremonti (133/2008) e Gelmini (240/2010). Entrambe sono state approvate dal governo Berlusconi, ma applicate e peggiorate dai governi successivi, sia per il taglio delle risorse sia per l’asfissiante e insensato cappio burocratico imposto all’insegnamento e alla ricerca. Mentre l’Italia ha tagliato le risorse nell’istruzione, altri Paesi europei hanno fatto il contrario: la Germania dal 2000 al 2013 ha aumentato del 70% la spesa in ricerca e sviluppo che ora ha raggiunto il 3% del Pil auspicato dalla strategia di Lisbona.

In Italia il taglio di spesa non è stato uniforme sul territorio nazionale ma ha riguardato il centro sud piuttosto che il nord. Anzi, l’area lombardo-veneta che sta facendo il pieno di finanziamenti (basti pensare a Human Technopole). La Regione Veneto vuole l’ “autonomia differenziata” e c’è una bozza di disegno di legge delega che prevede la sostanziale regionalizzazione della scuola e dell’università. Lo squilibrio a livello regionale comporta il secondo tipo desertificazione, quella sociale: a intere zone del Paese non è più garantito un sistema di istruzione di qualità. E’ il riflesso di quanto si sta verificando in Europa, con le risorse che stanno seguendo la direttrice sud-nord. Ad esempio il nostro Paese riceve meno, per la ricerca, di quello che mette nel calderone del bilancio europeo. La base ideologica che giustifica questo processo si chiama “meritocrazia”, termine coniato dal sociologo Michael Young per criticare una società governata dall’élite di talento: la meritocrazia senza garantire le pari opportunità porta al privilegio. Le università tedesche attraggono più fondi di ricerca delle nostre perché sono più ricche, si possono permettere politiche della ricerca con fondi per noi astronomici. La competizione è una chimera usata per ammaliare il pubblico, proprio come le classifiche degli atenei. Leggiamo spesso che le nostre università hanno piazzamenti in queste classifiche non paragonabili a Harvard o Yale, che diventano “ovviamente” il modello cui ispirarsi. Peccato che Harvard e Yale insieme spendano più del 70 per cento dell’intero fondo di finanziamento statale di tutte le 66 università italiane, che hanno 1,6 milioni di studenti contro i 33 mila dei due atenei americani.

La meritocrazia diventa la giustificazione delle enormi disuguaglianze che stanno crescendo non solo a livello continentale e nazionale ma anche a livello di una singola università o di un dipartimento, e in definitiva sono legate agli squilibri di partenza tra i diversi attori in competizione per delle risorse. È questo il motore della desertificazione sociale. Secondo l’articolo 3 della Costituzione, lo Stato avrebbe dovuto “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Ma grazie alla mistificante competizione meritocratica si stanno escludendo interi settori della società e intere zone del Paese dalla possibilità di accedere agli studi e finanziamenti adeguati a sopravvivere scientificamente.

Poi c’è la terza desertificazione, quella culturale. Grazie alle politiche sulla valutazione dell’attività dei ricercatori, i giovani puntano soprattutto sulle idee “mainstream” (dominanti in una certa disciplina) già ampiamente esplorate in letteratura. Le ricerche troppo originali vengono scoraggiate. Eppure le idee innovative a volte si affermano per caso, a volte nascono per la testardaggine di qualche scienziato che segue un sentiero inesplorato. Alcuni esempi sono la scoperta del grafene, della superconduttività ad alta temperatura, del microscopio a effetto tunnel, della magnetoresistenza gigante (effetto alla base della miniaturizzazione degli hard disk) o anche le invenzioni nel campo della fisica dei laser premiate proprio il mese scorso con il Nobel per la fisica.

Il cambiamento ventilato dal nuovo governo, per quello che riguarda la cultura, deve partire proprio dall’inversione di questa rotta. Al ministero dell’Istruzione non si devono cambiare solo le persone ma anche la mentalità: il problema è che al momento non sono cambiate neppure le persone.

Stralcio dell’intervento tenuto al convegno “Cultura 2030” l’8 e 9 ottobre