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martedì 12/12/2017

Consiglio di Stato, il metodo Bellomo con le studentesse: “Manda la foto hot o niente concorso”

“Falsi profili Facebook per spiare”. “Processo” al consigliere di Stato per suoi corsi alle aspiranti magistrate. “Ragazze ricattate per vantaggi sessuali”
Consiglio di Stato, il metodo Bellomo con le studentesse: “Manda la foto hot o niente concorso”

Un giorno, una borsista stremata, si è sfogata con Francesco Bellomo: “Metti le persone sotto torchio, fai gli interrogatori con toni inquisitori, mandi infiltrati e organizzi pedinamenti…”. Il metodo di Bellomo, consigliere di Stato, era parecchio rodato, quasi infallibile: pressioni, minacce e ricatti per controllare la vita, ogni dettaglio, ogni minuto, delle studentesse. Lui insegnava i trucchi per superare il concorso da magistrato, loro si dovevano sottomettere e con assoluta riservatezza. Guai a confidarsi con un membro della scuola privata di formazione giuridica Diritto e Scienza; guai a coinvolgere un fidanzato “sfigato” o peggio ancora “scemo”; guai a pensare al matrimonio, a non mollare un compagno se bocciato dalle valutazioni scientifiche del direttore, il medesimo Bellomo; guai a non rispondere subito ai messaggi, a negare una fotografia in posa sexy. Lui si sentiva “agente superiore”, dotato di un quoziente intellettivo strabiliante, loro erano allieve obbligate a consegnare se stesse con la firma in calce a un farneticante contratto, zeppo di codici, doveri, pochi diritti e tanto “dress code” E così, per non “commettere reati”, dovevano accettare qualsiasi richiesta, qualsiasi indicazione: lo spessore dei pantaloni, il tessuto delle minigonne, la consistenza del pizzo per gli abitini estivi, le prove di velocità a Bari (si narra che usi una Ferrari). Perché soltanto chi corre, chissà, può indossare la toga.

Quando il metodo Bellomo s’inceppava, ecco che interveniva il collaboratore, anzi il “mediatore” Davide Nalin, giovane magistrato in servizio a Rovigo. L’uno completava l’altro. E assieme rischiano di finire le rispettive carriere. Il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, guidato da Alessandro Pajno, ha approvato la rimozione dall’incarico del quarantenne barese Bellomo. Ora manca il parere dell’adunanza generale di Palazzo Spada. Venerdì, invece, il Csm può sospendere dalle funzioni e dallo stipendio il trentenne magistrato Nalin. L’ha chiesto Pasquale Ciccolo, il procuratore generale della Cassazione che esercita la funzione disciplinare.

Nel documento inviato al Consiglio superiore della magistratura e al ministro Andrea Orlando (Giustizia), Ciccolo ricostruisce la gabbia dell’orrore che Bellomo e il complice Nalin avevano creato attorno a una borsista, per un periodo fidanzata del consigliere di Stato: “In qualità di ‘mediatore’, Nalin spendeva più volte la sua autorevolezza con la ragazza, studentessa borsista, per indurla: alla ‘conciliazione’ di un’ipotizzata controversia giudiziaria per asserito inadempimento contrattuale; alla prosecuzione della relazione sentimentale con Bellomo; al soggiorno col consigliere a Bari durante le vacanze estive del 2016; alla trasmissione allo stesso Bellomo di una foto in atteggiamento intimo. Tutto ciò rappresentando alla ragazza, in caso di mancata accondiscendenza alle menzionate proposte, la commissione di reati che le avrebbero impedito la partecipazione al concorso in magistratura”. Chi disobbediva, insomma, rinunciava per sempre alla toga: “Nalin si è adoperato per far conseguire a Bellomo indebiti vantaggi di carattere sessuale e, comunque, tali da consentire al medesimo di perdurare la relazione cui egli ambiva, sfruttando la condizione psicologica della ragazza, interessata a superare il concorso per entrare in magistratura”.

Il padre di questa ragazza ha innescato con un esposto l’istruttoria di Palazzo Spada sul capo di Diritto e Scienza. Pajno e colleghi hanno ascoltato un’altra ragazza, che ha tentato di sottrarsi a Bellomo per sfuggire da una sorta di persecuzione: “Ogni tanto c’erano telefonate sul concorso e sui principi da rispettare e il consigliere Bellomo, in base al principio di gerarchia, l’aveva ripresa perché lei avrebbe dovuto rispondere subito alle sue telefonate. In particolare, era avvenuto che Bellomo le aveva inviato un messaggio al quale lei aveva risposto il giorno dopo. Questo ritardo le era stato specificamente contestato da Bellomo come un inadempimento agli impegni assunti”.

Per il consigliere era necessario imparare l’arte della spia, ovviamente aggiornata ai tempi: aprendo falsi profili su Facebook. Quando le ragazze si ribellavano, Bellomo le trasformava in “caso” da esaminare durante le lezioni e negli articoli della rivista. E non mancavano mai anedotti intimi e sessuali. Ma c’è una domanda che merita risposte complesse: cosa garantiva Bellomo agli studenti? Chiosa il pg Ciccolo: “Vi è poi da considerare l’allarme e lo sconcerto suscitati nell’ambiente degli aspiranti magistrati, ai quali – alla luce di tali fatti – si è fatta balenare la possibilità di superare il concorso con metodi affatto estranei alla formazione tecnica, professionale e deontologica”. Racconta una ragazza: “Unico beneficio di cui fruivo come borsista, rispetto agli altri, consisteva nella consegna due settimane prima delle dispense sugli argomenti da studiare incentrate sui temi che secondo le previsioni di Bellomo, basate a dire di quest’ultimo su degli algoritmi, sarebbero uscite al concorso”. Agente superiore e pure preveggente di un certo livello. Però Bellomo contesta le accuse e al Fatto dichiara: “Mi sottopongono a un procedimento disciplinare per le mie idee. Non sono fatti, ma solo idee”.

*Aggiornato da redazione online alle ore 17 e 21 del 12 dicembre 2017

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Indagine anche a Bari. Giudici amministrativi “Chiarire i fatti”

La procura di Bariha aperto un’indagine conoscitiva sulla vicenda relativa al giudice del Consiglio di Stato Francesco Bellomo, di origini baresi, che avrebbe obbligato le allieve della sua scuola privata di formazione per magistrati “Diritto e Scienza” a presentarsi ai corsi in minigonna, tacchi a spillo e trucco marcato, pretendendo anche che non fossero sposate. La scuola ha tre sedi in Italia, a Milano, Roma e Bari. I magistrati di via Nazariantz hanno aperto un fascicolo “modello 45”, cioè senza ipotesi di reato né indagati, proprio per accertare eventuali condotte illecite commesse anche nel capoluogo pugliese. La denuncia, partita dal padre di una studentessa, è stata presentata a Piacenza. Intanto l’Associazione nazionale magistrati amministrativi (Anma) interviene sul caso Bellomo, chiedendo che si chiariscano con rapidità i fatti: “Si intervenga con la massima sollecitudine – sottolinea Fabio Mattei, presidente Anma – ma allo stesso tempo evitiamo, poiché non è in gioco la funzione giurisdizionale, che un episodio diventi l’occasione per un’altra caccia alle streghe contro la giustizia amministrativa”.

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