L’inferno libico apre un nuovo fronte. Dopo mesi di relativa calma, le partenze dal Paese nordafricano sono riprese e i migranti stanno sbarcando a migliaia in Italia. La situazione lungo gli oltre 200 chilometri di costa tra Misurata e il confine tunisino, soprattutto nei pressi di Tripoli, è molto agitata in questo periodo. A giugno, con l’esplosione della stagione estiva, era normale attendersi un rigurgito di partenze dalla Libia.

I centri di detenzione dei migranti, stando alle notizie fornite dalle organizzazioni che operano sul campo, stanno esplodendo. Quelli di Tripoli e dintorni – Trik al-Matar, Tajoura e Trik al-Sikka – presentano un sovraffollamento allarmante. Le nostre ong che avevano aderito al piano di emergenza, scattato a gennaio, stanno operando per supplire alle gravi carenze igienico-sanitarie e di sicurezza, ma presto il progetto terminerà. Centri in cui manca tutto, luoghi dove i migranti vengono ammassati in attesa di capire quale piega prenderà il loro futuro. Una parte aderisce ai rimpatri assistiti curati dall’Oim, l’agenzia dell’Onu per i migranti, altri cercano di allontanarsi, chi in cerca di un passaggio via mare sui barconi, chi per scappare verso Tunisia o Algeria.

Le autorità di Tripoli, in fermento sullo scenario nazionale dove galleggiano due governi autoriconosciuti, appoggiati dai diversi partner internazionali e in conflitto tra loro, cercano di arginare un fenomeno di nuovo fuori controllo. La strategia complessiva del governo italiano in Libia sta rivelando una serie di crepe, già al confine desertico con il Niger, dove i capo tribù, disposti a cooperare con l’Italia un anno fa, si dimostrano meno attenti. Lì i migranti sono tornati a viaggiare lungo le rotte della disperazione, grazie alle maglie dei controlli molto più larghe rispetto al passato. C’è un altro aspetto da tenere in considerazione: mille sbarchi in due giorni sono un’emergenza e arriva proprio nella prima settimana di governo gialloverde. Sarà una coincidenza o anche un segnale per saggiare la reazione italiana?

Alla luce degli eventi, qualche iniziativa concreta Salvini, al di là degli slogan, dovrà iniziare a prenderla come ha fatto ieri, andando oltre gli elogi nei confronti del suo predecessore, Marco Minniti. Lui capace, esattamente un anno fa, di bloccare le partenze di migranti dalle coste libiche dopo aver preso accordi con la controparte libica, non sempre di specchiata moralità. Innanzitutto rinegoziando alcuni di quegli accordi, magari logorati dal cambio dell’esecutivo e dai tre mesi trascorsi in attesa di formare il governo. Del resto Giugno sta diventando il mese-chiave per la questione migranti e il Ministro dell’Interno deve assolutamente invertire la rotta, puntando sugli accordi e non sulle liti diplomatiche. A parlare sono le statistiche. Nei primi sei mesi del 2017, con circa 120mila profughi soccorsi, si prefigurava l’anno record per gli sbarchi, ben superiore alle 180mila unità dell’anno precedente.

Poi il ribaltone voluto dal premier Gentiloni nel dicembre del 2016 ha iniziato ad avere i primi effetti. Nella seconda parte del 2017 gli sbarchi sono stati poco più di 10mila. Il trend positivo, a seconda dei punti di vista, si è manifestato anche nei primi quattro mesi del 2018, con un calo dell’85% rispetto allo stesso periodo dell’anno passato. L’unico fastidio, tra agosto e ottobre, è arrivato dalle coste tunisine. Fronte tornato di nuovo caldo nelle ultime settimane a causa di un drammatico naufragio al largo dell’isola di Kerkenah, 78 corpi recuperati in mare, e reso incandescente dal principio di crisi innescato sempre dal ministro Salvini, deciso nell’affermare come dalla Tunisia arrivassero galeotti e non gentiluomini.