Migliaia di maestre alla fine del prossimo anno scolastico perderanno il contratto, ma troveranno un’altra cattedra in futuro. E la colpa non è certo del decreto Dignità: la vicenda dei diplomati magistrali della scuola si trascina da un decennio, ed è diventata emergenza per una sentenza del Consiglio di Stato a fine 2017, quando in carica c’era ancora Gentiloni. Sul tema, per altro, vecchio e nuovo governo hanno idee simili, nonostante litighino in continuazione: ovvero un concorso straordinario e riservato per salvare le maestre.

Nel decreto Dignità appena approvato è inserita la sanatoria per gli insegnanti delle elementari che rischiano di essere licenziati a causa di un lungo contenzioso finito male. Una questione sociale che è subito diventata oggetto di scontro politico. “Avete trasformato da indeterminato a determinato il contratto di 7 mila docenti, che perderanno il lavoro il 30 giugno 2019”, l’accusa della deputata Pd, Anna Ascani. “C’è stato un dibattito di 6 ore in commissione, chiedevamo una salvaguardia ma Di Maio non ha aperto bocca”. “Lei è imbarazzante, quando eravate al governo non avete fatto nulla”, la replica del leghista Massimiliano Fedriga. Di vero c’è la trasformazione contrattuale, la platea degli interessati e il fatto che il problema viene da lontano: la questione, però, è un po’ più complicata di così.

Si tratta dei “diplomati magistrali” entro il 2001/2002: prima di allora, infatti, il diploma magistrale era titolo sufficiente per insegnare alle elementari. Ora è obbligatoria la laurea e quei docenti hanno sostenuto in tribunale il loro diritto all’insegnamento. Nel 2014 una sentenza del Consiglio di Stato aveva riconosciuto loro l’abilitazione. Ma il vero obiettivo era entrare nelle graduatorie che garantiscono il posto fisso (le GaE), e su questo il parere dei giudici è stato sfavorevole: la sentenza del 2017 stabilisce che questi docenti possono insegnare, ma non hanno diritto ad essere assunti (serve un concorso).

Il problema è che molti di loro, in virtù di pronunciamenti cautelari e inserimenti in graduatoria con riserva, lo erano già stati negli scorsi anni. Circa 7 mila, appunto la cifra citata dalla Ascani. A rigor di legge dovrebbero essere licenziati. La questione si era già posta a metà dello scorso anno scolastico: il Ministero aveva deciso di “congelarla”, permettendo di rimanere in cattedra fino a fine anno (anche per garantire la continuità didattica ed evitare disagi agli studenti), in attesa di una soluzione definitiva. Nel frattempo ci sono state le elezioni, è cambiato il governo e la palla è finita nelle mani di Lega e M5s.

L’atteggiamento del ministro Marco Bussetti non è stato molto diverso da quello di Valeria Fedeli, che l’aveva preceduto al Ministero: “Le sentenze si rispettano”. In realtà entrambe le gestioni hanno cercato un compromesso, per non lasciare a casa 7mila maestre. E poi il mondo della scuola è già abbastanza agitato, ha creato problemi al Pd e M5s e Lega non vogliono commettere lo stesso errore.

La soluzione è nel dl Dignità, ma tecnici Miur e sindacati ci lavoravano già nella vecchia legislatura: anche per il 2018/2019 le maestre restano in cattedra, anche se il loro contratto a tempo indeterminato diventerà a tempo determinato, come affermato dalla Ascani. Nel frattempo, però, il Ministero bandirà un concorso straordinario riservato ai diplomati magistrali e alle altre maestre precarie con abilitazione (i laureati in Scienze della formazione) con almeno 2 anni di servizio: non sarà selettivo (anche se il testo non lo dice esplicitamente) e quindi tutti, senza esclusione, saranno inseriti in una graduatoria che darà accesso al posto fisso. Dunque effettivamente nel 2019 le 7mila maestre saranno “licenziate” (sempre che non arrivino ulteriori proroghe). Forse ci vorrà un po’ di tempo, perché le liste sono piuttosto lunghe, specie al Sud (intanto potranno fare supplenze). Ma prima o poi saranno tutte riassunte: sul lungo periodo nessuno perderà il lavoro.