La maieutica socratica di Sergio Mattarella. lodato dal Financial Times per la sua “rassicurante presenza”, non disdegna il realismo. Anzi. Certamente non quello di stampo dirigista del suo predecessore togliattiano, ma un realismo “parlamentare”, basato sui rapporti di forza usciti dalle urne del 4 marzo. Ed è per questo che a due o tre giorni dal secondo giro di consultazioni, la fotografia dello stallo consegna al capo dello Stato solo un filo, perdipiù esilissimo se non spezzato a guardare la giornata di ieri.

Il filo, cioè, che dovrebbe unire i due vincitori delle elezioni: Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Ieri, appunto, le relazioni tra il capo grillino e il suo omologo leghista sono scese a zero, ma ogni giorno ha la sua pena in una fase di stallo. Se allora, la settimana scorsa al termine del primo giro, la convinzione del Quirinale era quella che “un governo nascerà”, al momento l’unico embrione di qualcosa che porti a un esecutivo e a una maggioranza non prescinde dai due giovani leader dell’italico populismo. Non a caso solo oggi si fisserà la nuova due giorni di consultazioni: al Colle si aspettano comunque un incontro tra i due entro giovedì e se così dovesse essere l’inizio del secondo giro potrebbe slittare a venerdì. Questo il quadro, tutto in salita ovviamente.

Del resto, Mattarella, a distanza di quasi una settimana dalle udienze postpasquali del Quirinale, non può far altro che continuare a registrare come “non pervenuto” l’apporto della terza forza consistente di questo Parlamento: il Pd del reggente Maurizio Martina ancora imprigionato nel pantano del renzismo aventiniano. Nell’arena rimangono quindi solo due interlocutori in vista di giovedì o venerdì: il centrodestra “unitario” (le virgolette stanno a simboleggiare ironia e paradosso) di Salvini, Berlusconi e Meloni e il M5s di Di Maio.

Allo stato è impensabile un accordo organico e lo stesso Di Maio ha parlato di “zero chance”, ma formule più levigate o smussate sono sì difficilissime ma non completamente impossibili. E Mattarella ai due contendenti vincitori non chiederebbe altro che la certezza di “un innesco di trattativa”. Un obiettivo tutto da costruire alla luce delle parole di Di Maio e della volontà salviniana di tenere agganciato il carro berlusconiano. Non solo: se i tre del centrodestra saliranno insieme al Quirinale, i margini del leader leghista saranno ancora più stretti.

Premesso tutto questo, e inoculando un po’ di sano ottimismo nelle previsioni della vigilia, la scena al Colle sabato pomeriggio potrebbe essere questa. Salvini e Di Maio s’impegnano sull’“innesco di trattativa” e a quel punto il capo dello Stato concederà altro tempo ai due per definire un eventuale schema.

Non un pre-incarico o incarico che sia. Ma solo tempo per tracciare un possibile perimetro, sempre di ardua realizzazione, basato innanzitutto su un triplo passo indietro. Quelli di Di Maio e Salvini per la premiership. E quello di Berlusconi per la maggioranza organica. Insomma un esecutivo tra Lega e Cinquestelle con il sostegno esterno di Forza Italia, che potrebbe essere coinvolta solo con l’indicazione di due o tre ministri d’area. Lumeggiando sempre le speranze del Colle sullo scenario, se poi i due dovessero ripresentarsi con i compiti fatti, Mattarella non farebbe il terzo giro ma conferirebbe l’incarico al fatidico premier “terzo”.

Un’operazione che suona come lunare in questo frangente, ma “l’innesco di trattativa” significherebbe arrivare quantomeno al 21 aprile (assemblea del Pd), al 22 (elezioni in Molise) e al successivo 29 aprile (elezioni Friuli-Venezia Giulia), il doppio turno regionale decisivo per il countdown leghista. In fondo, a partire da sabato non sono che due settimane in uno stallo che potrebbe andare avanti sino alla fine di maggio.