Da una decina di giorni la scrittrice Michela Murgia sta tenendo d’occhio le prime pagine di Corriere della Sera e Repubblica, i due maggiori quotidiani italiani, denunciando sui social network l’assenza di commentatrici donne: gli editoriali a tema politico sono sempre (nel senso più letterale del termine) affidati a uomini. Nello specifico è un problema che il Fatto non ha, visto che più di una donna firma opinioni politiche in prima pagina: con questo non si vuole alzare il ditino, per carità (per esempio non abbiamo donne nella catena di comando del giornale, a differenza di altri). Il tema posto da Michela Murgia però è rilevante per tutti e non è argomento che si possa ridurre a una polemica da femministe (spesso il termine è usato in maniera denigratoria, e non dovrebbe).

Quando chi scrive ha iniziato a lavorare (e non parliamo di cinquant’anni fa), un noto giornalista (figlio di uno ancor più famoso, Gianni Granzotto) durante una riunione di redazione disse non senza compiacimento e rimpianto che ai suoi tempi le (poche) donne nei giornali si occupavano di cucina e di moda. Oggi non è più così, per fortuna, e se qualcuno osasse fare a voce alta una simile affermazione passerebbe sacrosanti guai. Un report di Agcom (marzo 2017) racconta che l’insieme dei giornalisti attivi in Italia è composto da 14.816 donne (pari al 41,6% del totale) e 20.803 uomini (58,4%), in linea con le percentuali di occupati della popolazione italiana (58,3% uomini e 41,7% donne, maggiori di 15 anni, dati Istat). Ma guadagnano meno e occupano decisamente meno posti di potere. E comunque sono per lo più croniste, non opinioniste.

Quasi come se quella vecchia sentenza del drammaturgo Publilio Sirio (reminiscenze scolastiche) fosse tuttora in voga: mulier cum sola cogitat, male cogitat (la donna quando pensa da sola, pensa male). Intendiamoci, non è che nel giornalismo non ci siano voci femminili influenti: Lilli Gruber, Lucia Annunziata, Maria Latella, la direttrice di Sky Tg 24 Sarah Varetto, Alessandra Sardoni, Bianca Berlinguer, Milena Gabanelli, Fiorenza Sarzanini del Corriere, la vicedirettrice vicaria dello stesso quotidiano, Barbara Stefanelli (ci scusiamo sin d’ora se abbiamo dimenticato qualcuno). Ma già il fatto che questo elenco si possa, sia pur con qualche omissione e a titolo esemplificativo, sostanzialmente esaurire in poche righe dà la misura dell’assurdità della situazione. E a proposito del Corriere è doveroso segnalare la 27esima ora, iniziativa che è diventata un vivace e interessante luogo di confronto sulle questioni femminili (dove le firme sono per lo più femminili). Però è proprio sull’oggetto che stiamo riflettendo, e le donne non possono parlare solo di donne altrimenti non usciamo dall’anatema di Publilio Sirio.

A questo punto sicuramente più d’uno (di entrambi i sessi) vorrà obiettare che merito e valore non sono trascurabili. Ma ci sono almeno due risposte: 1) non è che tutti i commentatori maschi siano Pico della Mirandola e 2) di qualità parleremo solo quando i numeri saranno meno (molto meno) squilibrati. Sono retaggi di un passato che fatica a passare? Sono le donne a non sapersi imporre? Si può provare almeno a proporre, mettendo questo tema al centro del dibattito nelle redazioni e fuori, facendone una campagna condivisa. Una cosa che però può accadere solo se i colleghi che guidano i giornali, i tg o i siti d’informazione (a cominciare da Luciano Fontana e Mario Calabresi) s’impegnano a bilanciare una differenza che oggi appare smaccatamente in contrasto con la realtà. L’assenza delle donne non è affatto un problema delle donne, è un problema di tutti.