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sabato 10/02/2018

Strage di Bologna, la procura generale avvia una rogatoria in Svizzera: “Attentato finanziato da Licio Gelli”

Prima della bomba - Rogatoria su milioni di dollari partiti da un conto del “venerabile” che potrebbero essere andati agli estremisti neri veneti
Strage di Bologna, la procura generale avvia una rogatoria in Svizzera: “Attentato finanziato da Licio Gelli”

Un altro filone d’inchiesta, di quelli che vanno sotto il titolo “follow the money” a quasi 40 anni dai fatti, riapre lo scenario della strage alla stazione di Bologna (85 morti e quasi 200 feriti il 2 agosto 1980), per la quale quasi nessuno crede che le sentenze definitive abbiano detto tutto e più di qualcuno pensa che non abbiano detto la verità. La Procura generale di Bologna, che nel 2017 ha avocato il nuovo fascicolo, ha avviato una rogatoria in Svizzera per verificare gli eventuali movimenti per diversi milioni di dollari che, prima dell’eccidio, sarebbero partiti da un conto bancario elvetico aperto riconducibile al maestro venerabile della Loggia P2 Licio Gelli, scomparso nel 2015, in favore di personaggi appartenenti ai più discussi ambienti dei Servizi segreti dell’epoca, a giornalisti a loro vicini e a elementi dell’estremismo nero veneto. Questi ultimi appartenevano alla galassia di Ordine nuovo come Carlo Maria Maggi e Maurizio Belmonte, condannati in via definitiva nel giugno scorso per la strage di piazza della Loggia a Brescia (8 morti il 28 maggio 1974).

L’ipotesi che i magistrati stanno cercando di verificare, tutt’altro che nuova e già esclusa nel 2017 dalla Procura della Repubblica di Bologna, è che quei soldi siano serviti a finanziare gli attentatori del 2 agosto 1980. Che Gelli non abbia solo “depistato” come dicono le sentenze ma sia stato il mandante, o uno dei mandanti, della strage alla stazione, come sostiene da sempre l’Associazione fra i familiari delle vittime. All’origine degli accertamenti in corso c’è un documento ormai noto, intitolato “Bologna Bologna – 525779 – X.S.” e relativo a un conto aperto dal venerabile alla Ubs di Ginevra, proveniente dal fascicolo del processo per il crac del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e consegnato ai magistrati nel 2015 in un esposto dell’associazione stessa. Titolari dell’inchiesta sono l’Avvocato generale di Bologna Alberto Candi e il sostituto procuratore generale Nicola Proto.

È noto che come esecutori materiali della strage, a metà degli Anni Novanta, furono condannati in via definitiva all’ergastolo l’ex capo dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) di estrema destra Valerio Fioravanti e la sua compagna e poi moglie Francesca Mambro, che da tempo hanno avuto accesso ai benefici carcerari e lavorano per l’associazione “Nessuno tocchi Caino” dei radicali. Nel 2007 è stato condannato a 30 anni Luigi Ciavardini, altro ex Nar, minorenne all’epoca dei fatti. Tutti e tre hanno sempre respinto le accuse. Un altro processo si apre in primavera contro Gilberto Cavallini, 65 anni, ergastolano in semi-libertà, anch’egli ex Nar, accusato di aver dato supporto logistico agli autori dell’eccidio alla stazione. Licio Gelli negli Anni Novanta fu assolto da varie altre accuse e condannato per calunnia aggravata dalle finalità di depistaggio insieme al faccendiere legato al Sismi e alla massoneria Francesco Pazienza, al generale piduista del Sismi Pietro Musumeci che era membro della P2 e al colonnello Pietro Belmonte, scomparso nel 1988, che non apparteneva alla P2 ma figura in un rapporto sulle logge bolognesi. Erano accusati della regia della cosiddetta operazione “Terrore sui treni”, che nel 1981 aveva fatto ritrovare in un convoglio ferroviario esplosivo dello stesso tipo utilizzato per la strage, un mitra Mab e documenti che indicavano responsabilità dello “spontaneismo armato” neofascista italiano ed europeo.

Negli ultimi anni la Procura di Bologna ha aperto e archiviato diversi fascicoli, in particolare quello sulla cosiddetta “pista mediorientale” sul gruppo del terrorista venezuelano Carlos. E quello, appunto, sui “mandanti occulti”, nato dall’esposto presentato nel 2015 da Paolo Bolognesi, deputato uscente del Pd e presidente dell’Associazione fra i familiari delle vittime del 2 agosto 1980, e dai suoi avvocati Giuseppe Giampaolo e Andrea Speranzoni. Lì c’era anche il documento sul conto di Gelli: “Nessun elemento concreto – si legge nella richiesta di archiviazione dell’anno scorso – è emerso per fondare l’ipotesi di un finanziamento oggettivamente e soggettivamente indirizzato alla commissione della strage proveniente da Licio Gelli, Umberto e Mario Ortolani, specificamente individuabile, rintracciabile e documentabile”. I magistrati si soffermavano sul documento “Bologna- 525779 – X.S.” agli atti del processo sul crac del Banco Ambrosiano: l’indagine condotta allora dai carabinieri del Ros, scrivevano i pm, “non ha evidenziato alcun elemento che riconduca la destinazione di tali somme al gruppo Ordine Nuovo diretto da Maggi e/o al gruppo Fioravanti, Mambro, Ciavardini, Cavallini”. La Procura generale però, con mossa irrituale, ha avocato il fascicolo. E sulla base di elementi ancora coperti da segreto ha avviato la rogatoria in Svizzera.

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Cronaca
Mariagrazia Mazzola

Bari, inviata del Tg1 schiaffeggiata dalla moglie del boss

La giornalista del Tg1, Mariagrazia Mazzola, è stata aggredita a Bari, nel quartiere Libertà, mentre intervistava la moglie del boss 45enne Lorenzo Caldarola, affiliato al clan Strisciuglio.

È accaduto intorno alle 16.30, nei pressi dell’abitazione dei Caldarola, in via Francesco Petrelli, a pochi passi dalla parrocchia del Redentore, dove poche ore prima l’inviata Rai aveva incontrato Don Ciotti.

Secondo una prima ricostruzione, la donna avrebbe sferrato uno schiaffo che ha colpito al volto la giornalista mentre lei era sull’uscio e stava per andare via. Mazzola è quindi caduta sul marciapiede sbattendo la testa ed è stata trasportata al pronto soccorso del Policlinico di Bari per gli accertamenti del caso, raggiunta dal procuratore Giuseppe Volpe.

La giornalista Rai era a Bari per un’inchiesta sulle baby gang e sull’educazione dei minori. In particolare, l’intervista avrebbe riguardato uno dei figli della donna, il 19enne Ivan Caldarola: “Ho fatto il mio dovere di cronaca – ha dichiarato – non sono stata insistente, perché sono sempre rispettosa di tutti. La moglie di questo mafioso mi ha aggredita. Viva l’informazione libera: bisogna fare le domande”.

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