La sorpresa è giunta a fine legislatura. Quando tutto sembrava perduto, ecco la buona notizia: cinque anni di inciuci, di promesse di rinnovamento mancate, di speranze regolarmente tradite, una cosa positiva l’hanno prodotta. Per rendersene conto basta guardare alle straordinarie ultime 96 ore del senatore Dem, Stefano Esposito che, come si conviene ai campioni di razza, ha atteso la zona Cesarini per dimostrare di avere ormai la statura e l’esperienza necessarie per aspirare nel prossimo quinquennio a diventare ministro. Forse addirittura premier.

Il primo gol dell’indimenticabile doppietta politica arriva alle 19 del 23 dicembre quando Esposito spiega via Twitter il perché della sua assenza dall’aula di Palazzo Madama al momento del voto sullo Ius Soli. “Io dopo aver fatto i conti e aver visto che (il quorum, ndr) non ci sarebbe stato mi (sic) sono andato a prendere l’aereo…”. Tanta sgrammaticata franchezza suscita in molti invidia. Non per nulla è immediata la reazione di una ex funzionaria Pd dal radioso futuro dietro le spalle: l’ex sottosegretaria alla Cultura, Francesca Barracciu, recentemente condannata in primo grado a 4 anni di reclusione per peculato.

Barracciu è furibonda e risponde per le rime. Prima violentando anche lei con successo l’italiano, poi andando dritto al punto. “Sappiamo”, scrive, “che se voi del @pdnetwork sareste stati (sic) presenti non sarebbe cambiato nulla. Ma la tua assenza e quella degli altri 28 è comunque inaccettabile trattandosi di una legge che, per il suo significato politico, imponeva la presenza militare dei senatori Pd”.

Esposito però è uomo d’azione, non da sterile testimonianza. E soprattutto tiene famiglia (cosa che agli italiani piace). Così quando un elettore sottolinea che “ci sono momenti in cui è importante esserci anche per perdere, per renderci orgogliosi di avervi votato e magari farci tornare la voglia di farlo ancora” lui parla dei suoi bambini – “ho preferito tornare dai miei figli 5 ore prima, visto che non serviva nulla star lì a veder festeggiare Calderoli” – e ricorda che “la differenza la fa il risultato non la presenza per compiacere la coscienza”. Poi, da vero statista, chiude lapidario: “Non pratico e non accarezzo l’ipocrisia di certa sinistra che hai (sic) fatti preferisce la forma”.

Qui, è bene dirlo chiaro, emerge tutto lo spessore di un politico che dal punto di vista grammaticale ha i requisiti per contendere al pentastellato Luigi Di Maio il governo del Paese, ma che in più appare mosso da quel cinismo indispensabile per maneggiare il potere nell’italica e antichissima maniera. Una qualità che Esposito rivendica orgoglioso quando segna il suo secondo gol. Questa volta non c’è in ballo la cittadinanza da concedere ai figli di immigrati nati nel nostro Paese. In gioco ci sono invece tre milioni di euro di finanziamento per informatizzare il made in Italy che, grazie a un emendamento alla finanziaria dei verdiniani, sono stati concessi a un’azienda priva di qualsiasi esperienza. Perché la maggioranza ha votato una norma del genere all’insaputa anche del ministro Calenda?

Il 25 dicembre Esposito trasparente e realista come sempre lo spiega senza infingimenti: “È una marchetta necessaria ad avere i voti per approvare la manovra. Quando non hai i numeri subisci il ricatto dei piccoli gruppi (…) da millenni questa è la politica. Il senato romano era così”. Poi, è vero, arrivarono i barbari. Ma noi non ci dobbiamo preoccupare. Abbiamo Esposito il sincero. Da loro ci difenderà lui.