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“Manutenzioni coi rattoppi, benzene alle stelle e truffa all’Ue”: ecco l’Ilva di Morselli. I pm: “Arrestatela”

Ventotto indagati nella nuova inchiesta della procura di Taranto, tra cui l’ex ad e il capo ispettori Ispra accusati di corruzione. Il ruolo dei funzionari del Comitato interministeriale Ets e le pressioni sulla viceministra Gava
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Da un lato, cercavano di “massimizzare i profitti” e “ridurre al minimo” costi e spese di gestione dell’Ilva di Taranto, anche usando “pezzi di ricambio inidonei” o di “scarsa qualità”, provocando “l’inquinamento dell’aria” e diversi incidenti in fabbrica. E ci sarebbero riusciti anche grazie allo “stabile asservimento” dell’allora responsabile nucleo controlli dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, Francesco Astorri, che avrebbe permesso di ottenere ispezioni “in senso favorevole all’azienda” . Dall’altro, “attraverso false dichiarazioni”, anche “con il beneplacito” di funzionari pubblici, riuscirono a intascare oltre 342 milioni di euro di quote Ets non dovute, ingannando la Commissione Europea.

È un atto d’accusa dettagliato e grave quello mosso dalla procura di Taranto nei confronti della gestione di ArcelorMittal e Acciaierie d’Italia, fino a quando a comandare era Lucia Morselli. Intreccia temi ambientali, con l’ipotesi di “disastro” per le emissioni di benzene, e di sicurezza sui luoghi di lavoro fino ad arrivare alla truffa nei confronti dell’Ue, che sarebbe stata portata avanti anche con la complicità di 8 membri del Comitato Ets, l’organo interministeriale per l’attuazione del sistema Ue di scambio delle quote di emissione di gas serra. Tra il 2019 e il 2024 – sostengono i pubblici ministeri Mariano Buccoliero, Francesco Sansobrino e Francesco Ciardo, ora in servizio a Lecce – l’Ilva era governata da un’associazione a delinquere. Aditya Mittal, amministratore delegato della holding ArcelorMittal, viene definito il “promotore” del sodalizio, ma colei che “ispirava, promuoveva, sovrintendeva e dirigeva ogni fase” era Morselli, amministratrice delegata fino al momento in cui l’azienda è stata messa in amministrazione straordinaria.

Nei suoi confronti, i magistrati hanno chiesto gli arresti domiciliari: deciderà il giudice per le indagini preliminari Francesco Maccagnano dopo l’interrogatorio preventivo del 3 novembre. A rischiare la stessa misura cautelare sono l’ex direttore dello stabilimento di Taranto, Alessandro Labile, e Astorri, che Morselli e Labile, in cambio di “violazioni ridimensionate” e “controlli ritardati”, avrebbero anche “segnalato” alla vice ministra dell’Ambiente Vannia Gava (non indagata) per una posizione di direttore alla quale ambiva. Una vicenda riguardo alla quale il ministero precisa che “le nomine avvengono secondo il regolamento di Ispra” e che l’ex responsabile “non è mai diventato direttore”. A valle dell’inchiesta – condotta da Guardia di Finanza di Bari, Spesal di Taranto e Noe dei carabinieri – la procura ha chiesto anche dieci interdittive, otto delle quali a carico di membri del Comitato Ets. Tra le 28 persone indagate, a vario titolo, c’è anche l’ex presidente di Acciaierie d’Italia, Franco Bernabè.

Durissimo il quadro riguardante l’inquinamento. Secondo la tesi degli inquirenti, a causa del presunto mancato uso dell’impianto di distillazione del benzene e grazie ai mancati “dovuti accertamenti” da parte del capo dei controllori Astorri, intento anche a mettere i bastoni tra le ruote ai dirigenti tarantini dell’Arpa, si sarebbero verificati “una compromissione e un deterioramento” dell’aria, in particolare nel quartiere Tamburi, dove le concentrazioni medie annuali di benzene sono state superiori ai limiti e si sono verificati 387 sforamenti orari tra il 2022 e il 2023, praticamente in un giorno su due. L’esposizione “comportava il concreto rischio di sviluppare” alcuni tumori e un “eccesso di rischio di circa il 250% di comparsa di una leucemia mieloide acuta infantile”.

Grave anche la fotografia riguardante le manutenzioni. Un caso per tutti: “Rattoppavano con pezzi di tappeto trovati qua e là…”, si legge nel decreto, i nastri trasportatori “frequentemente oggetto di incendi”. In altri reparti, il modus operandi avrebbe provocato “deragliamenti di carro siluro” pieni di “tonnellate di ghisa liquida” incandescente e “reazioni esplosive e bucatura delle siviere” con “riversamento di tonnellate di acciaio fuso”. Relativamente alla vicenda delle quote Ets, che avrebbero portato nelle casse di ArcelorMittal oltre 340 milioni non dovuti, ci sarebbe stata un’azione di Bernabè e Morselli per “influenzare funzionari pubblici di altissimo livello, sia nazionali che europei” su input di Mittal e una “falsa attestazione” di produzione di ghisa, necessaria al raggiro. In questo quadro si inseriscono “suggerimenti” e “mancate verifiche” del Comitato Ets del Mase che avrebbe poi adottato una relazione “ideologicamente falsa” grazie alla quale si “induceva in errore l’Ue”.

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