Il mondo FQ

A Milano il Villaggio delle Rose aspetta la ruspa (ma gentile)

Icona dei commenti Commenti

Bizzarro il destino degli zingari (sì, usiamo questa parola, ormai interdetta dal politically correct). Sono gli ultimi degli ultimi nella scala sociale, da sradicare dalle nostre città. Se invece la cronaca diventa sogno, musica, arte o serie tv (avete presente Peacky Blinders?), ecco che gli zingari diventano glam, modelli da ammirare, idealizzati e poeticizzati. Stretti tra la cronaca (razzista) e il sogno (idealizzato) c’è poco spazio per la realtà. I rom e i sinti, quelli veri, stanno perdendo anche il primo posto nella classifica dei “pericoli” urbani indicati dalla destra, che nella sua propaganda mediatico-politica li ha sostituiti (almeno per ora) con i “maranza”. A Milano i rom restano un problema di “sicurezza”, da affrontare chiudendo i loro campi, che spesso versano effettivamente in condizioni insostenibili di vivibilità. Dal 2008 a oggi ne sono stati chiusi otto, in cui vivevano quasi 3mila persone. Oggi restano tre campi, con circa 400 persone. Tra questi, ce n’è uno del tutto speciale: è il Villaggio delle rose, nei prati in zona Chiesa Rossa, al confine tra Milano e Rozzano.

È un villaggetto ordinato e pulito, dove vivono 48 famiglie, 250 persone che si sono costruite nel tempo casette prefabbricate colorate e accoglienti. Non è abusivo, perché l’area fu concessa dalla giunta Albertini dopo lo sgombero di un campo irregolare. Ora la giunta Sala ha deciso di chiuderlo e abbatterlo. Nella delibera non si trova la parola “sgombero”, ma “superamento”: si ordina, con sublime pudicizia linguistica, il “necessario superamento del campo” per motivi di sicurezza urbana, degrado ambientale e allacci abusivi alla rete elettrica. Le ruspe arriveranno, ma non quelle invocate da Salvini: saranno ruspe gentili. Non per abbattere, ma per superare.

La risposta della piccola comunità rom del Villaggio delle rose, di Iaio Deragna, Licia, Tony, Omar e tutti gli altri, con l’aiuto di Dijana Pavlovic (portavoce del Movimento Kethane-Rom e Sinti per l’Italia, foto), è stata quella di costituire una cooperativa di abitanti a proprietà indivisa per autogestire il proprio insediamento. Obiettivo: trasformare l’area, metterla in sicurezza, regolarizzare gli allacci elettrici, senza demolire il villaggio. È il primo esperimento in Europa. Sarebbe un’operazione di vera “rigenerazione urbana”. Ma l’amministrazione comunale ha detto no. I grattacieli nei cortili, sì; il Villaggio delle rose, no. Ha proposto alle famiglie di andare ad abitare nelle case Sat (Servizi abitativi transitori). “Ma noi non vogliamo andare a vivere al quarto piano di una casa popolare, dispersi per la città, separati dai nostri parenti e dal nostro gruppo”. “La casa noi l’abbiamo già, l’abbiamo costruita e abbellita con i nostri soldi, perché ce la volete distruggere, obbligandoci a vivere in un appartamento, contro la nostra tradizione?”. Queste le voci raccolte al Villaggio.

La comunità rom le ha tentate tutte. Dijana Pavlovic ha scritto anche una lettera a Elly Schlein. “Milano vive una gravissima emergenza abitativa. Qual è il vantaggio pubblico nel destinare decine di alloggi popolari proprio agli unici che dichiarano di non volerli? Non voglio idealizzare Chiesa Rossa, in questi 25 anni non ci sono state solo belle storie. Ci sono stati problemi, conflitti e anche episodi di criminalità, come accade in qualsiasi quartiere popolare. Ma davvero qualcuno ritiene che la dispersione della comunità sia la risposta a questi problemi? Bisogna ricordare che Chiesa Rossa non è semplicemente un campo. È una comunità che negli anni è diventata un simbolo. Qui sorge il primo monumento italiano dedicato al Porrajmos, il genocidio di rom e sinti. Qui vivono figli e nipoti di deportati, perseguitati e partigiani.

Quello che accadrà a Chiesa Rossa non riguarderà soltanto 250 rom a Milano. Dirà qualcosa sul rapporto tra la sinistra, le minoranze, l’autodeterminazione e la capacità di riconoscere valore alle comunità quando smettono di chiedere assistenza e iniziano ad assumersi responsabilità”.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione