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La porta della realtà è spalancata su un Bellocchio favoloso e ribelle

La porta della realtà è spalancata su  un Bellocchio  favoloso e ribelle
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“Ma che cavolo sto facendo?”. Se lo chiede sul set Marco Bellocchio, sebbene film alla mano la questione non si ponga: dal 1965 de “I pugni in tasca” sin qui, lo sa benissimo.

Forse, suggerisce l’esegeta Marco Tullio Giordana, è la sprezzatura dell’eterno esordiente: “Marco sembra ancora il ragazzo ribelle della sua epifania, è lui il primo a non rassegnarsi a essere un venerato maestro: è sempre la promessa, il debuttante giovanissimo e favoloso”. Bellocchio è una ipotesi contraddittoria, una tesi confliggente, una sintesi dialettica – non bastasse, rosica un attore, è “un regista che è più bello di me”.

Dietro la macchina da presa lo indirizza Andrea Camilleri, suo insegnante al Centro Sperimentale, ed è provvido consiglio perché, sostiene la montatrice e compagna di vita Francesca Calvelli, “Marco vede un’altra cosa”. Il suo specifico, ancora Giordana, è quello di “Buñuel, Antonioni, Welles, registi non traducibili in diversa forma d’arte: Bellocchio si può esprimere solo col cinema”. Non teme la verità: “Se non sono sicuro, preferisco dirlo. Uno fa finta di sapere, ma non sa. E non si può far finta”. Non disdegna, anzi, la realtà, però con beneficio d’invenzione: “Partire dalla realtà, sfondare con le riprese”.

Tra poco inizia a girare “Falcon”, sull’eroe dei due mondi Sergio Marchionne, prima c’è modo di raccontarsi: “Marco Bellocchio – La porta della realtà” è il bel documentario che il fotografo Fabio Lovino gli ha dedicato, in anteprima al Locarno Film Festival e dal 27 agosto nelle nostre sale. Produce Loft con Reggatta, distribuisce Lucky Red, vi si accomodano volti e anime del suo cinema, da Pierfrancesco Favino – sarà lui Marchionne – a Fabrizio Gifuni, da Calvelli ai figli Pier Giorgio ed Elena. Come il Buscetta de “Il traditore”, Bellocchio tradisce: “Origini, educazione, la mia famiglia: una necessità, il cambiamento”. Se fare il regista – osserva il direttore della fotografia di “Vincere” (2009) Daniele Ciprì – è un compito, egli ha la necessità di esorcizzarvi qualcosa di suo”. È costantemente un andare altrove: “Mi sono allontanato molto radicalmente dalla Chiesa cattolica, il capitalismo e la psichiatria tradizionale, ho tradito scegliendo la libertà, ma la mia valutazione è ambivalente”.

S’avventura nello spazio – non cammina, perlustra – e nel tempo: registra Favino, “ha l’impazienza infantile di veder risolto subito il suo desiderio, è meravigliosamente dispettoso”. Qui, con Gifuni, sta probabilmente “la totale assenza di giudizio, che è qualcosa di straordinario, cui è pervenuto negli ultimi anni”. Disegna da Dio, ché gli storyboard del Traditore non assolvono meramente al compito, non risparmia, sé e gli altri: ai compianti Roberto Herlitzka e Piera Degli Esposti, due talenti assoluti, intimò di “evitare il birignao”, si può? “Pagherò, pagherò”, prometteva il Michel Piccoli suicida di Salto nel vuoto (1980), e il problema, l’atterraggio è familiare, alla voce Camillo, il fratello gemello ammazzatosi ventinovenne il 27 dicembre del ’68. “Non se ne poteva parlare”, Elena sapeva che era morto in un incidente, finché come è nella sua natura Bellocchio non ha riportato tutto a casa, ovvero al cinema: Marx può aspettare (2021), capolavoro. Marco vi convoca Pier Giorgio ed Elena, “è la prima volta in cui ne abbiamo discusso”, e “non è una trovata registica, ma umana”.

Il suicidio di Camillo, sotteso a ogni film, viene dichiarato per cinema, è un atto audiovisivo non più mancato, che rompe “l’imperturbabilità” del fratello gemello e cineasta parimenti. “Pagherò, pagherò”, ma Pier Giorgio non applica lo sconto famiglia: “Poteva gestire meglio, però siamo sopravvissuti. Pertanto, non c’è rabbia, non c’è rancore, ma affetto. Un conto è essere figli di un grande regista, un conto essere figli di Marco Bellocchio, uomo molto complicato”.

La porta della realtà è spalancata, senza infingimenti, né voyeurismi: l’ospite è privato, quindi pubblico, l’autobiografia sentimentale, “non solo la nostra piccola vita, ma quel che abbiamo letto, visto, amato in tutte le forme artistiche”. Il documentario mostra per la prima volta Bellocchio al lavoro sul set: “Nessuno – rivendica Lovino, che ci collabora da più di vent’anni – l’ha testimoniato con questa continuità. È anche il racconto di come un’inesauribile linfa creativa l’abbia condotto a vivere una costante giovinezza, una strepitosa stagione artistica”. Ci vuole forza per serrare i pugni, eleganza per tenerli in tasca, arte per intenderli: Bellocchio ce l’ha fatta, e ancora.

@fpontiggia1

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