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Meloni-Trump, invece del gossip meglio parlare di armi e clima

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Tanto tuonò che mezzo governo è finito a mangiare hamburger: “Buonissimi” (copyright Guido Crosetto). Si è chiuso così, con una battuta per segnalare la presenza al ricevimento dell’ambasciata americana il Giorno dell’indipendenza, il feuilleton della crisi di sintonia tra Donald Trump e il governo di Giorgia Meloni. E meno male: le relazioni internazionali non si discutono a colpi di indiscrezioni e video social. Questi servono, semmai, come straordinarie armi di distrazioni di massa, nell’eterno remake del C’eravamo tanto amati che tanto piace a una stampa abituata a galleggiare sulla superficie.

Non è una novità: il primo capitolo, in epoca berlusconiana, fu così ricco di colpi di scena che la soluzione ai problemi del Paese sembrava essere la separazione tra l’allora presidente del Consiglio e la moglie assurta al ruolo di eroina, Veronica Lario. Nella versione odierna non ci sono scandali sessuali, ed è dunque tanto più importante la frase pronunciata da Giorgia Meloni il 9 gennaio, nell’annuale conferenza stampa: “La geopolitica non è gossip”. La premier ha così ragione che è doveroso chiedersi allora il perché di paginate di retroscena su presunte fotografie supplicate – chi avrebbe mai immaginato un mondo in cui i giornalisti sono in possesso del numero del presidente degli Stati Uniti e lo chiamano per sessanta secondi certi che questi sbrodolerà nei suoi vaniloqui? – a fronte di poche righe sulla dichiarazione del segretario della Nato Mark Rutte circa il sostegno operativo dell’Italia alla scellerata guerra di Trump e Netanyahu all’Iran.

Rutte ha menzionato 500 voli partiti dalle basi italiane a dispetto dello sbandierato esplicito diniego dell’esecutivo, e siccome la Repubblica ripudia la guerra e il governo sarebbe tenuto a rispondere delle proprie azioni, non dovrebbe bastare schermarsi dietro trattati bilaterali di cooperazione di cui nessuno, da 70 anni, conosce il contenuto. Per la stessa ragione, più che interrogarsi sul ditino alzato di Meloni che tanto avrebbe agitato Trump, sarebbe stato meglio chiedere conto di come intende reagire l’esecutivo alle minacce di ritorsioni ventilate dal presidente statunitense in caso Bruxelles applicasse alle aziende del Big tech la digital tax europea, minacce rese note subito dopo la ratifica Ue dell’accordo sui dazi. La digital tax sarebbe infatti uno dei passi fondamentali per arginare l’elusione fiscale che drena miliardi di risorse annue all’economia del continente, imponendo al contempo un monopolio della conoscenza antitetico ai principi dell’Unione. Per non menzionare l’urgenza di chiarezza sulla posizione dell’esecutivo nei confronti dello sterminio di Netanyahu considerato il veto alla sospensione del trattato di associazione tra Ue e Israele con cui l’Italia paralizza ogni decisione.

A tenere insieme tutto quanto, c’è poi la spaventosa emergenza climatica che si sta manifestando nell’ondata di calore di questi giorni, per cui mancano piani, risorse e soprattutto la volontà di affrontare seriamente la transizione energetica, considerato l’irrealistico ritorno al nucleare come soluzione – anche ammesso che possa essere desiderabile, e non lo è – mentre i data center di quelle stesse aziende tech che sfuggono alle tasse si impossessano delle riserve idriche. Di questo si compongono i rapporti e la politica internazionale, e su questo la stampa dovrebbe esigere risposte e chiarimenti, per offrirli alla popolazione. Tutto il resto è dar voce a una propaganda buona per recuperare qualche voto spingendo sul nazionalismo da operetta: tanto poi si finisce a mangiare hamburger con gli amici di sempre. Buonissimi.

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