Per Sala la Procura è il “team” di Viola: pm da bacchettare
Tutti assolti. Dunque a Milano non c’è alcun problema? La sentenza di primo grado per i contestati abusi edilizi della Torre Milano, nel primo processo di una lunga serie, ha tranquillizzato molta parte della politica, milanese e nazionale. Nessun colpevole, dunque tutto bene. E il sindaco Giuseppe Sala ha addirittura cercato di dividere la Procura in buoni e cattivi, protestando contro “una parte della Procura”, quella che usa “troppi aggettivi” ed esercita “violenza verbale” nei processi, dicendosi “curioso di capire che giudizio dà il procuratore Marcello Viola “dell’operato del suo team”. Capito? Per Sala la Procura non è un’istituzione, è un “team” con un capo a cui chiedere di mettere in riga i pm discoli. Intanto il sindaco dovrebbe prendere atto che la sentenza, che pure assolve gli imputati, certifica che i titoli edilizi rilasciati per anni dal Comune sono illegittimi, dunque torri e grattacieli sono abusivi. Bocciato il Rito Ambrosiano: è fuorilegge. Gli imputati assolti, però: perché in “buona fede”.
Ma davvero dirigenti del Comune navigati come Giovanni Oggioni e Franco Zinna e costruttori di grande esperienza come Carlo e Stefano Rusconi non sapevano che a Milano vigeva una prassi fuorilegge, che andava contro le leggi nazionali e regionali? Crederlo sarebbe far torto alla loro intelligenza.
Nelle chat tra i protagonisti del Rito Ambrosiano sequestrate dalla Procura si leggono affermazioni come questa: “È una roba che grida vendetta!”, diceva l’architetto Marco Engel a proposito dei grattacieli Park Towers. “Che cazzo, com’è possibile che noi abbiamo distorto la norma in maniera tale che un intervento di questa dimensione possa essere un intervento di ristrutturazione con Scia? La cosa è successa solo a Milano. È solo Milano che si sente forte abbastanza per dire: chi se ne fotte”. L’“elemento soggettivo” – che la giudice Paola Braggion non ha trovato nelle carte del suo processo perché non ha ammesso le chat tra le fonti di prova – c’era eccome tra i dirigenti comunali e gli operatori edili. Sapevano benissimo che stavano proprio loro forzando i confini della legge, con provvedimenti (delibere, circolari) costruiti su misura, in contraddizione con le leggi nazionali e regionali, e con comportamenti che costruivano anno dopo anno una “prassi consolidata” fuori dai confini di quanto stabilito dalle leggi.
I processi faranno il loro corso. Il Modello Milano, comunque, non è riducibile a una questione penale. La città non si perde né si salva nelle aule di giustizia. È curioso il “giustizialismo” di chi – quando ha sentenze favorevoli – riduce la vicenda a una sfida vinta nei tribunali. Il Modello Milano ha anche una parte criminale, fatta di leggi aggirate, abusi, conflitti d’interessi, corsie privilegiate, affari sotterranei, santi in paradiso, il piccolo paradiso di Palazzo Marino. Ma se anche tutto questo non ci fosse, resterebbe un modello di sviluppo, avviato da Letizia Moratti e portato a compimento da Giuseppe Sala, che ha prodotto l’aumento esponenziale del costo del vivere e dell’abitare, la perdita di spazi pubblici, la diminuzione dei servizi, l’espulsione di 400mila cittadini, il trionfo delle disuguaglianze, mai così profonde in città dal dopoguerra a oggi.
È questo il centro del problema: il fallimento del Modello Milano, proposto e imposto come sistema di sviluppo della città basato sulla crescita immobiliare e sulla preminenza della rendita. Ha premiato pochi e impoverito molti, senza che l’amministrazione provasse almeno a realizzare quelle misure di compensazione e mitigazione che sono praticate in tante altre città d’Europa per ridurre le disuguaglianze, accrescere i servizi ai cittadini, diminuire i prezzi delle case, aumentare il verde. Insomma: restituire alla città, negli anni di vacche grasse, una parte dell’immenso valore immobiliare estratto in città dagli operatori e dai fondi.
Ora, esaurito il trend, con il mercato immobiliare in frenata, ci aspettano anni di vacche magre.