Luz: “Con Charlie Hebdo ero diventato un simbolo. E non va bene”
Renald Luzier, in arte Luz, è un disegnatore francese. Per 25 anni ha disegnato per Charlie Hebdo ed è stato l’autore della copertina del numero 1178: il primo andato in edicola una settimana dopo la strage del 7 gennaio 2015, quando due killer fecero irruzione in redazione uccidendo 11 persone. Disegna uno sfondo verde brillante, un maometto piangente, la scritta “tutto è perdonato”, in mano il cartello “je suis Charlie”. Luz quel 7 gennaio si è salvato solo perchè era il suo compleanno ed era arrivato in ritardo alla riunione.
Ci incontriamo a Ravenna, al Coconino Fest 2026, dove ha appena presentato il suo ultimo libro Due ragazze nude, edito da Coconino. Un graphic novel che racconta il Novecento da una prospettiva inedita: quella di un dipinto. La trama segue le vicende dell’omonimo quadro dipinto nel 1919 da Otto Müller che attraversa le tappe più buie del secolo scorso: nasce nella Germania della Repubblica di Weimar, viene sequestrato dai nazisti poiché considerato “arte degenerata” e sopravvive fino ai giorni nostri. Tutto quello che viene mostrato nel fumetto è solo ed esclusivamente quello che passa davanti al quadro: arte, potere, memoria e censura. E, a proposito di opere che finiscono per segnare la storia con la S maiuscola, mostro a Luz la copertina del numero 1178 di Charlie.
Com’è stato disegnarla?
Sentivo su di me gli occhi di tutto il mondo. Dopo la strage, noi vignettisti siamo passati dall’essere osservatori del mondo a essere gli osservati. Da che lottavamo contro i simboli, siamo diventati simboli a nostra volta. E questo non fa bene al lavoro come un nostro.
Sono molto contento di rivedere questa copertina. (Quando parla Luz fa delle lunghe, lunghissime pause, guardando in un angolo in alto a destra N.d.r.), Mi ha permesso di scaricare su questo personaggio piangente tutto il carico emotivo che avevo. Questa copertina è stata la mia ultima battaglia a Charlie.
Hai lasciato il settimanale poco dopo.
A settembre, ma avevo già deciso a marzo. Non riuscivo a leggere il giornale senza vedere quelli che non c’erano più. E, ancora oggi, quando apro Charlie vedo solo gli assenti. E non riesco a capire come sia possibile che anch’io, pur essendo vivo, sia tra chi manca.
Fai incubi?
No, il cervello in questo è formidabile. Non faccio mai incubi sul 7 gennaio 2015 ma ho invece un sogno ricorrente: arrivo in redazione e non trovo i miei amici, non trovo più il mio posto (pausa molto lunga), è un’irrealtà che mi tortura.
Porti ancora la cinta?
(Luz ride. In un’intervista del 2015 ha raccontato che al suo arrivo in redazione, cinque minuti dopo la strage, c’erano suoi amici e colleghi riversi sul pavimento in un lago di sangue e servivano delle cinture da usare come lacci emostatici ma lui non ne indossava: “Ecco perché ora le indosso sempre” dice all’intervistatore mostrando i passanti dei pantaloni. Adesso con lo stesso gesto mi mostra che non la indossa più). Sono passati dieci anni, ho elaborato il lutto, ho fatto i conti col mio senso di colpa: e ad aiutarmi a farlo è stato il disegno.
Catherine Meurisse, tua collega di Charlie, mi ha detto che lei senza satira sta meglio.
Il momento in cui ho capito di poter fare a meno della satira è stato quando ho iniziato a lavorare a Catarsi (libro del 2015 in cui affida al disegno la sua terapia dopo essere scampato all’attentato terroristico, N.d.r.), quando finalmente ho iniziato a dire “io” anziché “noi”. Mi sono concentrato su di me.
Stai meglio senza satira quindi?
Sì. Lavorare sui graphic novel ora mi permette di trovare un’altra temporalità. Non riuscivo più a lavorare con l’urgenza dell’attualità.
Sei sotto scorta. Gérard Biard, caporedattore di Charlie Hebdo e anche lui sotto scorta, nel 2023 mi ha detto: “In un paese non democratico dovrei fare il mio lavoro avendo paura della polizia invece in Francia posso fare il mio lavoro proprio grazie alla protezione dello stato”. Tu come la vivi?
Le persone che si occupano della mia protezione assorbono la mia paranoia, mi permettono di sentirmi più libero. Certo, ho perso la dimensione sociale soprattutto nel mio lavoro: ho perso il team (ovviamente dice ‘equipe’ N.d.r.). Ma ho ricostruito il mio mondo attraverso i personaggi dei miei libri. Così mi sento libero davvero.
In Due ragazze nude dici che essere liberi – come lo era Otto Muller, l’autore del quadro – significa non essere etichettati: ti senti etichettato?
Molte volte. Soprattutto dopo la strage sono stato etichettato come “caricaturista” che però è solo una piccolissima parte di quello che sono. Per Charlie Hebdo non ho disegnato solo caricature ma anche illustrazioni, reportage, strip comiche, manifesti. Adesso nei miei libri posso usare la mia esperienza a tutto tondo: in Due ragazze nude c’è tutto quello che ho imparato.
Qual è la cosa più utile che hai imparato in Charlie Hebdo?
A essere un disegnatore che va sul terreno. Anche per realizzare questo libro ho ragionato come fossi un reporter che si muoveva in quell’epoca, cercando fonti e testimonianze: senza la mia esperienza di reporter a Charlie Hebdo non avrei saputo fare un libro così.
Questo libro parla di libertà: perché hai scelto di farlo attraverso la storia di questo quadro specifico?
E’ stato il quadro che ha scelto me. Volevo fare un libro che riuscisse a raccontarmi e ho sentito che il mezzo migliore per raccontare me stesso era mettere da parte me, la mia storia, il mio percorso, e mettere al centro un quadro. Ho letto per la prima volta di Due ragazze nude in un libro sull’esposizione di Monaco sull’arte degenerata: i quadri che i nazisti consideravano frutto di devianze. Un’altra etichetta, in fin dei conti.
Davanti al quadro – spettatore muto e immobile – passa l’ascesa e la caduta del nazismo. Dici di aver abbandonato l’attualità ma in quanto artista non senti il bisogno di prendere una posizione sulla realtà che ti circonda?
Fare delle vignette satiriche, come sai bene, è un lavoro che rapidamente si fa e rapidamente si dimentica. Trovo sia molto più utile un libro come questo, che è invece innervato d’attualità ed è destinato a durare.
L’ineliminabile bisogno di raccontare quello che circonda?
Sì, è una maledizione che nasce in me da molto prima di Charlie Hebdo. Quando ero bambino la domenica la trascorrevo in una grande casa, piena di parenti: ero al tavolo con loro, avrò avuto dieci anni, e disegnavo tutto quello di cui li sentivo parlare. Erano i miei primi reportage e lo facevo perché mi aiutava a capire il mondo degli adulti.
E adesso perchè continui a disegnare?
Perchè è l’unico modo che ho per capire questo mondo di adulti.
Il prossimo libro su cosa sarà?
Sarà un libro scritto della serie “una notte al museo”: scrittori che passano una notte intera al museo e io ho passato la notte nel centro d’arte contemporanea Pompidour a Parigi in un momento in cui lo avevano svuotato per fare i lavori. Quindi era completamente vuoto. le opere d’arte erano già stoccate e messe nelle scatole, non potevo vedere nulla. Le mura erano piene di attrezzi e poco altro. E’ stata un’esperienza che mi ha permesso di parlare di assenza, lutto e fantasmi. Per tutta la notte anzichè scrivere ho disegnato.
La satira di oggi, dieci anni dopo, è più prudente o più coraggiosa?
(Pausa) Oggi non è una questione di coraggio: è un mondo che si ripete continuamente ed è sempre più difficile trovare spunti.
Per Riss, direttore di Charlie Hebdo, gli autori satirici proteggono la libertà d’espressione di tutti e in questo libro, attraverso la storia di un quadro, tu sottolinei quanto l’arte sia importante per questa stessa ragione.
E’ da pazzi mettere troppo carico sulla vignetta satirica. Non si fa un disegno per difendere la libertà d’espressione. Lo si fa perché ci credi, perché lo senti, perché non hai scelta. Il lavoro del vignettista non è e non deve essere difendere la libertà d’espressione o diventerebbe una prigione. La libertà è ‘essere’ e ‘fare’, non ‘dire’ di essere liberi.
Perfetto.
Che bella conclusione! (Luz ride soddisfatto. Ringrazio: mi alzo, la scorta alle mie spalle si alza con me. Mi allontano con garbo)