Deportare esseri umani: eccolo il “Buon Senso” che ispira Meloni
Si scrive “soluzioni alternative”, si legge violazione dei diritti umani. Eccolo il gran successo del governo guidato da Giorgia Meloni, proponente della lettera con cui, insieme alla Danimarca e ad altri 9 Paesi, ha sostanzialmente chiesto alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) di rinunciare alla propria missione e di smettere di intralciare politiche migratorie disumane, discriminatorie e controproducenti economicamente. A partire dal disgraziato modello Albania: 650 milioni di spesa mentre il Paese affonda nell’assenza di visione strategico-industriale e la cittadinanza boccheggia.
Il fatto è che, in un’Europa sempre più trainata a destra e lontana dalle proprie ragioni fondative, le sirene dei porti chiusi e dei “modelli nuovi” suonano forte: manca meno di un mese all’entrata in vigore dell’osceno Patto su migrazione e asilo, e i 46 membri del Consiglio d’Europa – indipendente dall’Ue e da cui dipende invece la Cedu – hanno approvato in Moldavia un documento che prova a dare il colpo di grazia alle tutele nei confronti dei migranti. Il punto forte: gli Stati nazionali “hanno l’innegabile diritto sovrano di controllare l’ingresso e il soggiorno”. Che questo diritto sia tuttavia subordinato a quelli – inalienabili e dunque superiori – previsti dalla Convenzione europea dei diritti umani (nonché dalla nostra Costituzione) è quanto si sta cercando di cancellare, in un arretramento etico, umano e culturale di cui proprio il governo italiano è orgogliosamente portabandiera. È grande infatti la soddisfazione della presidente del Consiglio per l’adozione, nel nuovo Patto, del concetto di “Paesi sicuri” e delle procedure di frontiera accelerate, coinvolgendo anche Paesi terzi: vocabolario apparentemente neutrale per descrivere il tentativo di meccanizzare i rimpatri, sigillando i confini e ignorando storie, vite, individualità. Accettata infatti l’idea che esistano Paesi sicuri dai quali non vi è ragione di scappare – che tra essi figuri l’Egitto, dove Giulio Regeni è stato massacrato è un dettaglio illuminante – il resto sono procedure per scartare più facilmente le richieste di asilo e di protezione, messe in campo prima ancora che le persone migranti tocchino il territorio nazionale e con la possibilità di rinchiuderle (per quale colpa?) in centri-galera, in Italia o all’estero. Nei fatti, insomma, si parla di “politiche” migratorie, ma più della politica conta la paura di quella che, con un’improvvida ma sincera dichiarazione, il ministro Lollobrigida chiamò “sostituzione etnica”: altrimenti, anche solo per ragioni di consenso, Meloni capirebbe che l’approccio non è sensato né sostenibile dal punto di vista economico (i migranti producono il 9% del Pil), rinuncia al potenziale enorme di capacità di nuove generazioni ed è contrario all’idea di società vitale e aperta che anima ragazze e ragazzi italiani.
Hanno provato a farglielo capire, con un’inedita alleanza che va dalla giunta regionale al vescovato passando per i centri sociali, in Campania, dove l’esecutivo programma di spendere 41 milioni per un Centro di permanenza per i rimpatri a Castel Volturno. Non un territorio qualsiasi: l’istituto comprensivo locale, che va dalle elementari alle medie, accoglie 1.200 bambini, il 30% dei quali ha background migratorio e sempre il 30% deve fare quattro chilometri a piedi per arrivare in classe. Spendere per un campo di prigionia a Castel Volturno, dove tanta è la necessità di investimenti e tanto il desiderio di riscatto, è uno schiaffo in faccia all’umanità. Nonché al buonsenso che, a giorni alterni, viene invocato come motore dell’azione governativa. A meno che privare esseri umani di libertà e diritti inalienabili, riempirli di psicofarmaci perché non protestino e infine deportarli a migliaia di chilometri possa essere definito buon senso.
Forum Disuguaglianze e Diversità