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Robe da Paz, la cometa più luminosa del fumetto

È visitabile fino al 27.09 al MAXXI la personale “Andrea Pazienza. Non sempre si muore”, a cura di Giulia Ferracci e Oscar Glioti.
Robe da Paz, la cometa più luminosa del fumetto
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“Non sempre si muore”: così rispose nel 1988 Andrea Pazienza a una domanda del conduttore britannico Clive Griffiths. Pochi mesi dopo quell’intervista Paz sarebbe morto, per non morire mai più. Regalando al fumetto una leggenda e lasciando un titolo perfetto per la rassegna inaugurata lo scorso 24 aprile al MAXXI di Roma (rimarrà fino al 27 settembre). Piccolo inciso: visitando questa mostra ho pianto due volte e dopo vi dico quando.

Andrea nasceva settant’anni fa a San Benedetto del Tronto, ha attraversato i suoi 32 anni come una cometa morendo di overdose nella sua casa di Montepulciano. “Rockstar” del fumetto italiano, esordisce col Movimento del ’77 e conquista un successo immediato con Le straordinarie avventure di Pentothal, passando poi per Cannibale, Frigidaire, Zanardi, fino a Pompeo e all’incompleto Astarte.

Il MAXXI gli dedica un lavoro espositivo straordinario, curato da Giulia Ferracci e Oscar Glioti (quest’ultimo autore di una delle migliori biografie critiche di Paz: Fumetti di evasione, Fandango). L’allestimento romano è il secondo capitolo di una prima esposizione installata alla sede aquilana del MAXXI, La matematica del segno, circa 300 opere legate agli anni giovanili e della formazione. Non sempre si muore, con le sue 500 opere esposte, è una delle mostre più complete che siano state dedicate a Paz (e parla uno che ne ha viste abbastanza). Divisa in fasi temporali, ripercorre la carriera di Paz partendo dai primissimi disegni dell’artista bambino conservati dalla madre: “Tre anni e mezzo” c’è annotato a matita su alcuni pupazzetti tracciati su un rettangolo di carta. Superati gli esordi si apre il periodo di Pentothal con le tavole originali: dopo quarant’anni (tanti ne sono passati dalla morte) di celebrazioni postume, vederne il segno, le pecette, le correzioni rendono Paz umano. Dopo Pentothal si passa alle “satire” dominate dal bisbetico partigiano Pertini e poi Zanardi, “Zanna”, sadico e poetico (“Si vede ch’era destino”) e poi c’è una sala tappezzata (pareti, soffitto, pavimenti, cubi per sedersi) di riproduzioni di disegni non esposti “per non deteriorarli o per il diniego dei proprietari”.

Uno degli aspetti più affascinanti è proprio la provenienza dei lavori. Molti arrivano da collezioni private. Caterina Gallo, figlia del vignettista nonché ex direttore de Il Male Vincino, mi racconta che una delle opere esposte viene dal loro salotto: una prova per il manifesto de La città delle donne di Fellini (la versione finale fu scartata dal regista: “Sembra la réclame di un parrucchiere”). Molte opere vengono invece dalla collezione di Elisabetta “Betta” Pellerano, fidanzata storica di Paz degli anni bolognesi. Una notte – quando lei lo aveva ormai lasciato – Paz si incatenò al cancello sotto casa sua e iniziò a gridare “come un gorilla” (lo racconta Filippo Scozzari nel suo fondamentale libro Prima pagare, poi ricordare). Ma torniamo alla mostra: la sala finale è per Gli ultimi giorni di Pompeo. Le tavole originali, tracciate su semplici bloc-notes, raccontano gli ultimi disperati giorni di vita di un tossico e sono esposte in una teca circolare: un percorso ineluttabile, conoscendo la fine di Paz. Qui mi sono commosso per la seconda volta.

La prima commozione invece era arrivata all’inizio, leggendo le lettere – esposte nelle prime sale – che Andrea scriveva alla madre: prima bambino, poi ragazzo, poi fuorisede a Bologna, poi adulto. La madre di Paz, Giuliana Di Cretico, è morta a ottobre del 2025. Come capitato più di recente con un altro artista scomparso giovane, Tuono Pettinato, che vive grazie al lavoro di conservazione di sua madre Lia Remorini, anche per l’opera di Paz è stata fondamentale la madre per curarne la memoria. “Io penso a te, tu non pensare a me”, le scrisse in una poesia giovanile. Negli ultimi quarant’anni, invece, lei non ha fatto altro che pensare a lui. Questa mostra non è arrivata a vederla, ma a noi ha permesso di spiare l’uomo e il figlio oltre l’artista. Non perdetela, chissà quando ricapiterà: è una cometa che passa. Proprio come Paz.

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