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L’italica ipocrisia su mamma Minetti

Nicole graziata dal Colle, ma pure dal nostro comune sentire pubblico? Dopo il passato con B. sembra essere riuscita abilmente a conquistarsi l’indulgenza collettiva di un Paese bigotto
L’italica ipocrisia su mamma Minetti
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Tralasciando gli sviluppi che avrà l’ipotetica revisione della concessione di grazia a Nicole Minetti e di tutte le verifiche che ancora devono essere portate avanti, c’è un aspetto che non può lasciare indifferenti: l’utilizzo della maternità, ancora una volta, come elemento decisivo per determinare il destino di una donna.

Questo può valere in tanti sensi, e può lasciare la possibilità di osservare i più diversi e molteplici aspetti della medaglia.

Nicole Minetti, al netto di tutte le beghe che questa vicenda potrà portare al ministro Nordio, alle procure e al governo attuale, è un caso che è interessante studiare a prescindere, per tutto quello che mette in luce di noi, della nostra morale e del nostro senso comune.

La Minetti ha un passato burrascoso, ha partecipato come protagonista a una stagione culturale e politica che ha segnato il nostro Paese, ha incarnato l’emblema di un femminile ambizioso e famelico disposto a concedere al maschio di potere corpo e dignità, pur di avere qualcosa di tangibile in cambio.

Oggi però Nicole Minetti non è più rappresentativa di nulla, se non di un’epoca che non c’è più e che stiamo cercando, anno dopo anno, di consegnare alla Storia. Mi spiego meglio, quando dico non esiste più intendo che non è più costume dominante accettare l’oggettivizzazione del corpo femminile come condizione data, né l’adeguamento obbligato al fatto che una donna per poter esistere, lavorare, ricoprire un ruolo sia costretta a concedersi o quantomeno a non negarsi alla richiesta del maschio. Non è più costume dominante nel nostro Paese, come d’altronde non lo è nemmeno più a livello globale. Questa realtà di fatto è radicalmente mutata grazie all’intervento di correnti culturali, di movimenti, penso al Me too a esempio, che hanno ribaltato il paradigma: le donne, se non altro a livello pubblico, a favor di luce (il privato spesso è ancora un’altra storia), si stanno riappropriando della propria individualità e del proprio ruolo, esigendo di esistere come soggetti autonomi e come professioniste, senza sentirsi obbligate a cercare la protezione di un uomo forte al quale votarsi per trovare un proprio spazio.

E per farlo hanno creato una rete socioculturale che le sostiene e le protegge a vicenda (a volte dovendo ricorrere anche ad alcune rigidità e oltranzismi che sono tipici delle fasi iniziali).

Nicole Minetti, dunque, nella vicenda personale che la riguarda, non va più valutata come testimonial di un’epoca, né utilizzata come cartina di tornasole del tempo che viviamo, ma diventa invece interessante da studiare come prototipo di un femminile da giudicare, per stabilire quanto oggi, alla luce degli anni trascorsi e delle esperienze intraprese, sia pronta a esser riomologata, perdonata e di conseguenza graziata. Graziata dalla presidenza della Repubblica sì, ma, insieme al Colle, graziata anche dal nostro comune sentire collettivo. Il quesito esistenziale che ci interroga tutti, prescindendo dal merito giuridico della vicenda, è: Nicole Minetti è tornata a essere degna di grazia, ovvero è nuovamente degna della benevolenza sociale che le permetta di tornare a godere se non del favore quantomeno dell’indulgenza collettiva? E se sì, perché?

Nicole Minetti è cambiata?

Cosa sappiamo di lei? Cosa conosciamo realmente della sua vita tra le attività come manager nel lusso alberghiero a Dubai, delle feste esclusive in Uruguay tra la tenuta di Maldonado e il gigantesco yacht Gin Tonic; cosa sappiamo dei presunti traffici di ragazze smistati dalla stessa Minetti di cui oggi si torna a parlare; quanto conosciamo realmente della figura del compagno Giuseppe Cipriani, descritto come filantropo mecenate nella disattenzione generale, finché oggi riappare come qualcosa di molto diverso? Cosa sappiamo di tutto questo e quanto soprattutto tutto questo ci è finora interessato?

La risposta è: poco o nulla. Fin qui almeno.

Adesso certo è esploso il bubbone e allora siamo tenuti, giornalisti per mestiere, e procure e ministri per dovere e per sopraggiunta figura barbina, a indagare.

Ma fino a qui, fino alla “grazia dello scandalo”, qual è stato l’unico vero elemento che ha modificato agli occhi del mondo la figura della spregiudicata igienista dentale-organizzatrice di serate promiscue-pronta a passare sopra a qualsiasi evidenza pur di raggiungere i propri scopi in una giovane donna redenta pronta a vivere una nuova esistenza nel solco della rettitudine? La maternità, cos’altro sennò.

E Nicole Minetti, da ragazza sgamata qual è sempre stata, capace di rimanere in ascolto del tempo che la circonda, questo deve averlo capito benissimo, e ha saputo intonarsi.

Una scelta di maternità sofferta, un’adozione complessa, una creatura malata bisognosa di cure: ed eccolo servito il classico menu all’italiana che permette a ciascuno di noi di dirsi in fondo in fondo (anche quando a voce alta è meglio non dirlo): “Ma allora è cambiata, allora è diventata buona”.

E poco importa quanto ci sia di vero negli intenti che l’hanno mossa, nel desiderio caritatevole e misericordioso di salvare un bambino da precarie condizioni di salute, di sollevarlo da condizioni d’indigenza e povertà, di mettersi da parte per anteporre a tutto la propria funzione di madre.

Nessuno in fondo è interessato poi molto a chiedersi quali risvolti retrostanti potessero celarsi dietro un’adozione nebulosa e poco chiara avvenuta lontano dai nostri sguardi, se sia stato necessario forzare la mano per prendersi in carico quel bimbo che sarebbe diventato l’incontrovertibile cenere con cui Nicole avrebbe potuto ripulirsi una volta per tutte la tanto perfetta quanto controversa chioma corvina.

Non solo alla magistratura e alla politica, ma anche all’opinione pubblica, è bastato sapere che Nicole fosse diventata mamma per stabilire che, per forza di cose, dovesse essere diventata buona.

Che poi certo quel bambino e le necessità di seguirlo per i suoi gravi problemi di salute fossero anche l’occasione per Minetti, condannata in via definitiva a 3 anni e 11 mesi (2 anni e 10 mesi per il Ruby bis e 1 anno e 1 mese per peculato nella “Rimborsopoli” lombarda) di sfangarsi la rogna e il fastidio dei servizi sociali è un in più. Sì, perché ricordiamolo, stiamo parlando di qualche ora di servizi sociali non di carcere duro in isolamento, così, giusto per ricordarlo.

Ma cosa volete che conti tutto questo di fronte a un cuore di mamma?

Allora certo, è tutto vero, le procure possono esser state superficiali, la politica tollerante o eccessivamente compiacente, ma se tutto questo è accaduto è perché l’astuta Nicole che, evidentemente ha ancora il dono di conoscere lo spirito del tempo, ha capito che per gli italiani vederla a passeggio al parco con il bimbo per mano da una parte e un bel cagnolone al guinzaglio dall’altra, sarebbe valso più di mille pratiche istruite e documentazioni processuali allegate.

Infatti, checché se ne dica, mentre si fanno sempre meno figli, mentre le donne si ribellano contro il loro dovere implicito di fattrici moderne, certo oggi evolute e possibilmente in carriera, mentre il free climbing sulla parete del progresso è sempre più accanito, comunque, ancora oggi, nella cultura dominante, la mamma è sempre la mamma. E se Nicole è diventata mamma, alla fine, la cattiva ragazza di un tempo deve essere sparita per forza. Con buona pace dello yacht, della tenuta in Uruguay, delle ragazze da selezionare e di tutte le potenziali bugie e omissioni.

Perché se è vero che il minettismo per come lo abbiamo conosciuto è finito, l’ipocrisia bigotta di facciata che ha contraddistinto la nostra cultura per secoli, quella no, quella non ce la siamo ancora lasciata alle spalle.

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