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La nuova via per l’Occidente è nella Spagna progressista

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Testardamente unitaria con l’Occidente, si è definita la presidente del Consiglio Giorgia Meloni qualche giorno fa. E, al di là della formula retoricamente efficace, è un peccato che nessuno le abbia chiesto a quale Occidente facesse riferimento: a quello che sta smantellando il multilateralismo e i suoi organismi, a partire dalle Nazioni Unite, sperimenta l’autoritarismo, tradisce valori costituzionali abbracciando il militarismo, rifiuta le evidenze scientifiche sul cambiamento climatico, con effetti devastanti sulle genti del mondo intero? Quell’Occidente, insomma, che vediamo orgogliosamente e confusamente in azione negli Usa nonché in parte d’Europa, a partire dalle retromarce e dalla grottesca inazione della Commissione guidata da Ursula von der Leyen?

La domanda non è affatto oziosa, perché se l’occidentalismo è da tempo diventato un valore in sé, con l’orgoglio illuministico sostituito da velleitaria e dannosa presunzione di superiorità, la Global Progressive Mobilisation di Barcellona ha fornito qualche indicazione di un Occidente altro, di cui l’Europa potrebbe essere motore recuperando una missione, la vicinanza con le popolazioni che la abitano e, non ultimo, le ragioni stesse per cui è venuta alla luce l’Unione. Il weekend scorso si è infatti riunito in Spagna il milieu progressista mondiale, di governo e non: dal Sudafrica al Brasile, passando per gli Stati Uniti, le Filippine, il Messico, ampie parti di quel “Sud” del mondo con cui vanno costruiti nuovi rapporti e, appunto, l’Europa. Decine gli speaker; poche e importanti le parole chiave: pace, democrazia, uguaglianza e progresso sociale.

Non certo ancora un programma, ma concetti – cardine peraltro della Costituzione, la cui difesa e applicazione dovrebbe essere il primo compito di qualsiasi governo – da riempire di contenuti e linee d’azione. Anch’essi tracciati a grandi linee: un’economia giusta, che recuperi il ruolo di guida dello Stato, applichi la progressività fiscale, lotti contro le oligarchie, garantisca salute e istruzione, rifiutando la privatizzazione di diritti che devono essere universalmente garantiti, inclusi quelli dei migranti (su cui proprio la Spagna ha dato esempi significativi); un impegno serio ad affrontare la crisi climatica; il governo della transizione digitale in un’ottica di inclusività, con il rifiuto del dominio di Big tech e regole comuni per l’Intelligenza artificiale; e infine una rinnovata spinta alla costruzione della pace, nel rispetto del multilateralismo, del diritto internazionale e della dignità dei popoli.

Si tratta, dunque, di concetti assai cogenti e concreti, su cui l’Unione europea ha fatto negli ultimi due anni di gestione Von der Leyen significativi passi indietro, proprio quando i colpi di coda dell’imperialismo statunitense in crisi nera lascerebbero ampissimi spazi di manovra. Nonché concetti che consentono la costruzione di un racconto nuovo del mondo, più vicino alle giovani generazioni e capaci di restituire fiducia a popolazioni annichilite dall’allargarsi della forbice tra élite e cittadinanza che ha contrassegnato la sbornia neoliberista. Sono parole – pace, democrazia, giustizia per il popolo – di cui, paradossalmente, almeno in parte e con un certo successo, si sono appropriate le destre estreme in tutto il mondo, salvo svuotarle dall’interno nella pericolosa versione dell’occidentalismo.

Riprendersele, costruendo una propria visione, è allora il punto di partenza di un’Europa che si vuole giusta, e che recuperi il senso della propria collocazione geografica come ponte tra mondi. Una strada per l’Occidente c’è: bisogna ora percorrerla. E raccontarla correttamente.
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