Ora Meloni affronti la realtà combattendo il lavoro povero
E dire che finora c’erano stati solo record. Ogni video un successo: contratti indeterminati, occupazione femminile, impiego al Sud, lotta alle false partite Iva, fringe benefit e via discorrendo. Non ancora l’eldorado che l’abolizione del reddito di cittadinanza aveva promesso – agli imprenditori stagionali, naturalmente – ma una gloriosa marcia verso la Nazione di nuovo grande, raccontata dalla presidente del Consiglio rigorosamente in formato social. Cioè senza contraddittorio. Pare, invece, che la batosta referendaria, i dimissionati a manciate dal governo, le penose storie di malavita pubblica e di romance privato siano riusciti là dove economisti, statistiche e, soprattutto, le difficoltà dell’amato popolo non erano riusciti: convincere Giorgia Meloni che il lavoro povero è un problema da affrontare. Il governo ha fatto filtrare con la classica nota che su quello si sta concentrando, in vista del 1° maggio, e ce ne rallegriamo. Ma è utile ricordare che, in questi quattro anni di successi auto-percepiti, non una sola azione dell’esecutivo è andata davvero a difesa del lavoro, tanto meno povero; piuttosto il contrario. Ricordava qualche tempo fa uno studio su dati Inps di Michele Bavaro, coordinato da Elena Granaglia e Patrizia Luongo, che in Italia circa il 30% dei lavoratori dipendenti privati ha salari così bassi da rientrare tra gli working poor, condizione che incide maggiormente sulla popolazione giovanile e su quella femminile. Le ragioni sono essenzialmente due: retribuzioni molto basse, contro le quali il governo ha però rigettato con incomprensibile fermezza il salario minimo, e lo scarso numero di ore lavorate, legate soprattutto a part time involontari – che in Italia, in controtendenza rispetto agli altri Paesi europei, restano stabilmente circa il 60% di tutti i part time – e ad altre forme di lavoro atipiche. Per esempio i voucher, che l’esecutivo ha promosso a piene mani: oggi possono arrivare a pagare “prestazioni occasionali” per 10 mila euro annui, il doppio di quanto fosse possibile precedentemente, e sono consentiti persino in aziende che hanno fino a 10 dipendenti a tempo indeterminato. Sostanzialmente, un disincentivo alle assunzioni. Non solo. Per dare un segnale sui salari, che in Italia – di nuovo unica tra i Paesi europei – sono rimasti sostanzialmente invariati negli ultimi trent’anni, tanto da essere ancora inferiori in valore reale a quelli di prima della crisi del 2008, il governo ha promosso a piene mani la decontribuzione di straordinari, fringe benefit e lavoro notturno, così da alzare effettivamente le buste paga, ma a carico del contribuente. Al posto di chiedere agli imprenditori di fare la loro parte, ha insomma imposto a tutte e tutti – lavoratrici e lavoratori poveri inclusi – di sussidiarne le imprese. Dulcis in fundo, è utile ricordare che molte di queste storture sarebbero potute essere risolte se fossero passati i referendum sul lavoro promossi l’anno scorso dalla Cgil, che l’esecutivo ha invece contrastato apertamente. E anche che l’abolizione del reddito di cittadinanza, senza adeguate misure di welfare a sostituirlo, ha come effetto secondario quello di spingere le persone ad accettare qualsiasi lavoro, condizione ideale per lo sfruttamento. Non si può allora che rallegrarsi della scelta di Giorgia Meloni e dei suoi ministri di invertire la rotta. Ma per farlo davvero, per un’azione che possa incidere realmente, le azioni e i dati da cui partire sono chiari. Il resto è puro maquillage, buono per i video su Instagram ma non certo per cambiare la vita delle persone. In tempi così difficili, con una crisi all’orizzonte che può esacerbare le difficoltà di lavoratrici e lavoratori, siamo certi che il governo saprà prendere le decisioni giuste, e promuovere miglioramenti reali. Se non per convinzione, almeno per dimostrarsi vicino al popolo che dice di voler difendere.