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La Ztl di Sala è patria dei “centrini”, adesso la sinistra è più libera

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Qualcuno spieghi a Giuseppe Sala, se non la politica, almeno la cartografia. Dopo il risultato del referendum a Milano, ha detto: “Basta con questa storia del partito Ztl”. Intendeva dire: basta ripetere che vinciamo nel centro di Milano, mentre i quartieri periferici votano per la destra. “Il No ha stravinto nelle periferie e ha vinto di meno in centro”, ha aggiunto, “io lascio la retorica agli altri e guardo molto pragmaticamente i numeri”.

Appunto: i numeri dicono che dove lui trionfa, ha vinto il Sì. Nella sua roccaforte, il centro di Milano, il Municipio 1 – insomma la Ztl – dove Sala nel 2021 ha superato il 64%, con il Pd al 35%, ora il Sì al referendum ha ottenuto il 51,2% e il No è stato sconfitto, a differenza di tutto il resto della città dove ha nettamente prevalso. La Ztl di Sala si è improvvisamente convertita alla destra?

A sentire le spiegazioni degli esperti di flussi elettorali sembra piuttosto che il Sì ztl venga da quella specie invisibile nel resto del mondo, ma ben radicata all’ombra della Madonnina: i centristi di Matteo Renzi e quelli di Carlo Calenda. Divisi tra loro ma uniti nel fare gli stessi errori. Sono quelli che si dicono “riformisti” perché riformerebbero ogni diritto dei molti per trasformarlo in privilegio di pochi. Alle ultime elezioni europee, il cosiddetto terzo polo, che in natura è invisibile a occhio nudo, nel Municipio 1 raggiungeva addirittura il 16%.

Ben protetta dalla cerchia dei Bastioni, la “sinistra ztl” di Italia viva e Azione, ormai indistinguibili da Forza Italia, ha nel centro di Milano il suo castello incantato, la cittadella fortificata del Sì. In passato, il Pd milanese aveva paragonato il virtuoso centro cittadino – che votava Sala e Pd mentre tutt’attorno cresceva la destra – al “villaggio di Asterix” che resiste alle prepotenti legioni romane. Dopo il referendum, quel villaggio sembra piuttosto un lussuoso resort, in cui il ceto dei super-ricchi guarda con preoccupazione il saldarsi del resto di Milano con le sue periferie, nel nome del No.

Nel centro abitano professionisti, consulenti, avvocati, finanzieri, manager. Il reddito medio milanese è attorno ai 38mila euro, ma nel centro è più del doppio: raggiunge i 90mila euro in zona Sempione, supera gli 84mila a Brera, tocca gli 81mila a Sant’Ambrogio.

In attesa che Sala-il-Federatore guardi bene la mappa di Milano e che qualcuno gli spieghi che cosa è successo il 22 e 23 marzo in città, sarà bene che la sinistra scelga che cosa fare, visto che tra un annetto c’è un sindaco da eleggere. Il referendum ha tracciato una linea netta: da una parte la città del No che potrebbe votare un sindaco che rompa con il passato e chiuda con le illegalità di uno sviluppo bulimico fatto di cemento, privatizzazioni e disuguaglianze; dall’altra il lussuoso resort di Sì dove vive la specie degli ichini, che dovrebbero una buona volta trovare il coraggio di fare coming out e di confessare allo specchio la loro scelta di destra.

Trovino un loro candidato sindaco, magari scelto da Sala in continuità con Sala, e lascino libera la sinistra di essere di sinistra. È chiaro che il No al referendum anche a Milano è stato trasversale e non si trasformerà meccanicamente in un voto di sinistra, ma è anche altrettanto chiaro che il Sì degli ichini difficilmente potrà trasformarsi nel sostegno al cambiamento in una città che deve smaltire la sbornia immobiliare.

I renziani annunciano una “grande operazione politica”: “Stiamo lavorando”, dichiara Ivan Scalfarotto, “per riunire queste forze: noi, Azione, l’ex Lista Sala, i socialisti, il mondo cattolico che non segue il Pd orientato a sinistra”. Dunque una dozzina di voti sono assicurati. Ma il candidato sindaco del dopo-Sala vorrà inseguire gli ichini e gli scalfarotti, rischiando di anestetizzarsi e di “allargare la coalizione” restringendo i consensi, oppure vorrà cercare di saldare la voglia di rinnovamento della maggioranza dei milanesi?

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