Il conflitto conviene a Trump, ma Meloni sembra non capirlo
Spiegava qualche settimana fa Gaetano Azzariti in una magnifica lectio magistralis a Genova che esiste una diffusa tentazione a considerare il diritto come una scienza ausiliaria al servizio della politica e dell’economia, tanto sul piano nazionale quanto su quello internazionale, violandone l’intima essenza di guida e aspirazione. Le ragioni della convenienza superano in queste circostanze il rispetto del diritto costituzionale, che nel nostro Paese prevede il rifiuto del bellicismo, sancito nell’articolo 11 della Carta: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
È difficile leggerlo e non pensare alle affermazioni del ministro della Difesa Crosetto e della presidente del Consiglio Meloni sull’ultima scellerata crociata militare contro l’Iran del presidente statunitense Donald Trump e del ricercato dalla Corte penale internazionale Benjamin Netanyahu. Crosetto e Meloni, infatti, hanno candidamente affermato che l’operazione “si pone al di fuori del diritto internazionale”: eppure, ha aggiunto la premier, “non condivido né condanno, perché mancano gli elementi”. Dunque la consapevolezza di un’azione totalmente fuori dal diritto non è sufficiente a ritenerla sbagliata: sarebbe comico, se non ci fossero in ballo decine di migliaia di vite umane, l’avvelenamento della Terra e dei rapporti tra genti e tra Stati. E non deve dunque nemmeno stupire che il governo non riesca a prenderne le distanze, benché riconosca che l’avventurismo bellico, per cui persino lo sforzo di trovare menzogne di copertura è stato debolissimo, sia illegale. Non si sperava nella nettezza di Pedro Sánchez, ma almeno in qualcosa di simile all’ambiguità di Starmer, che dice di aver imparato le lezioni ma concede comunque alcune basi a scopo “difensivo”. Perché Giorgia Meloni non riesce nemmeno in questa condanna?
Tornando ad Azzariti, si potrebbe pensare alle convenienze, ma il cortocircuito sta proprio lì: l’Italia non ha nulla da guadagnare da questa guerra. Né economicamente, con la crisi energetica che si allarga e travolge non più solo le famiglie fragili e fragilissime, ma un ceto medio già ampiamente impoverito. E nemmeno politicamente. Non solo Trump disprezza i deboli, e in particolare l’Europa incapace di far sentire una propria voce; ma l’Italia che Giorgia Meloni dice essere “tornata a contare”, contava eccome, una volta, in Medio Oriente: la sciagurata vigliaccheria su Gaza e sullo smantellamento di Unifil in Libano, e quest’ultima afasia inconcepibile per chi aveva fatto dell’autodeterminazione e del sovranismo il proprio vessillo politico, distruggono la residua rilevanza del nostro Paese su quel quadrante. Per non dire che i sondaggi indicano chiaramente che il popolo, con saggezza superiore a chi governa, di guerra non vuole sentire parlare.
Gli elementi che mancano a Giorgia Meloni li ha forniti però il presidente Mattarella, nel condannare chi fa la guerra “e pensa solo ai propri interessi”. Se pensasse davvero a quelli dell’Italia, la premier dovrebbe scegliere la condanna netta di questa inopinata campagna militare, e indicare l’unica strada possibile: ritrovare il multilateralismo, costruire spazi di dialogo e di negoziazione. Il resto è logica di potenza: può, erroneamente, essere nell’interesse di Trump, che si atteggia a sovrano di un impero ancorché in decadimento; non certo di chi, dopo la devastazione del nazifascismo, ha avuto una sola risorsa: la solidità e la limpidezza del diritto e della Costituzione.
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