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Voterò ”No” non per difendere i magistrati, ma la Costituzione (contro tutti i prepotenti)

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Diciamo che il duello politici-magistrati, eterne categorie contrapposte, non mi appassiona più. Mi accalorai negli anni Settanta quando nel mirino c’erano i “pretori d’assalto”, colpevoli di considerare reato ciò che prima si faceva normalmente (tipo inquinare mari e fiumi). Mi impegnai nel referendum degli anni Ottanta, sulla incongrua responsabilità civile dei magistrati. Poi sostenni l’ondata di Mani Pulite, nutrita dell’emozione infinita per Falcone e Borsellino, e chiusa con il finto ravvedimento della politica, quando nessun punto dello strombazzato decalogo contro la corruzione fu votato in parlamento. Con i governi (lo abbiamo dimenticato?) che decidevano ad personam a che età dovessero andare in pensione i giudici. Il più presto possibile Caselli, il più tardi possibile Carnevale.

Nel frattempo i magistrati hanno perso in buona parte la fiducia dei cittadini. Non per colpa della politica, ma per colpa soprattutto loro. Che si sono messi a fare politica e delle peggiori nel proprio organo di autogoverno e con le proprie correnti. Non per caso il monito è arrivato, nitido come un fulmine, dallo stesso presidente della Repubblica. Che pur essendo l’equilibrio istituzionale personificato non ha potuto fare a meno di lanciare la sua denuncia nelle sedi più solenni. Io di mio potrei aggiungere un elenco speciale di cose viste e vissute con incredulità crescente. Episodi a manetta di giustizia chirurgica, con l’attesa della data giusta per potere (“purtroppo”…) dichiarare prescritto il reato che brucia. Assoluzioni da imputazioni di mafia sulla base di requisiti di legge presenti solo nella fantasia del giudice (i giudicanti spesso non hanno studiato la Rognoni-La Torre). Patti di potere indecenti. Falsi autentici nelle sentenze (il tale politico ha l’esimente dello status di parlamentare: panzane, non era più parlamentare da un pezzo). Alterazioni al ribasso dei curricula di magistrati candidati a sedi, purtroppo per loro, già “prenotate”.

Collateralismi politici, di destra (certo, e non poco) o di sinistra. Ambizioni intellettuali smodate: non solo bravi magistrati, ma anche scienziati politici, sociologi, economisti, con effetti disastrosi sulle relative discipline. Intimità con il potere. Incarichi di consulenza o manageriali assurdi a fine servizio, gioco d’azzardo compreso. Doppia sensibilità sul concetto di onore: gli eroi della Repubblica che possono essere svillaneggiati, toghe di cui non si possono neanche scrivere le parentele imbarazzanti, pena (letteralmente) la rovina economica. Con ovunque bravi magistrati che in questo caos fanno lo stesso il loro dovere e talora di più, meritando il nostro rispetto.

Che fare dunque al referendum? Politici o magistrati? Il fatto è che il dilemma vero non è questo. Qui, usando una questione numericamente irrilevante (la separazione delle carriere), il referendum ha come obiettivo non i magistrati ma piuttosto, mi pare, la nostra Costituzione. Che forse non è “la più bella del mondo”. Ma che, dopo la guerra e il fascismo, venne scritta con un doppio sacrosanto desiderio: di pace e di democrazia. Per questo creò dei contrappesi (e anche un’idea di magistratura), perché il “mai più” fosse una cosa seria. Per evitare che chi vince le elezioni potesse strapazzare la democrazia e il diritto. Perciò ciclicamente ogni governo (ormai è scientifico) quando è forte cerca di liberarsene.

Con l’aggiunta — non da poco — che oggi tira nel mondo un’aria fetida. I potenti della terra smontano le Nazioni Unite. Non riconoscono i tribunali internazionali. Intimidiscono i giudici a ogni longitudine. Deridono o demonizzano le leggi, mettendo al di sopra di tutto la loro “morale” e il loro interesse. Ecco, io non voglio dare né una mano né un dito mignolo a questo vento “liberatore”. Che sia furia (come in America) o brezza crescente (come in Italia). Sento di dover dire “not in my name”. Cioè “no”.

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