Migrazioni. Calenderos e “riformisti” sempre pronti ad andarsene (magari)
Cose che pochi sanno: il calendario si chiama così perché ci potete segnare sopra, giorno per giorno, dove si troverà Calenda in ogni momento. Con Tajani (giovedì dopopranzo), con Meloni (venerdì mattina), con i riformisti del Pd (primo pomeriggio), con Confindustria (tutti i mercoledì), sulle pagine dei giornali (i giorni dispari, i giorni pari c’è Renzi), in televisione (sempre). Se mettete un avviso sui vostri calendari elettronici, suoneranno in continuazione, praticamente ogni minuto, per segnalare gli spostamenti di Calenda, un po’ come quegli alert che ci sono sui grandi pescherecci per monitorare le rotte dei tonni dalla pinna gialla, catturarli e congelarli all’istante. Un allarme continuo, finisce che vi distrae e non lavorate più, esattamente come Calenda. Sarebbe anche una fatica inutile, perché alla fine Calenda, anche senza dare un’occhiata al calendario, lo troverete a destra, difficile sbagliarsi. Già i Maya e gli Aztechi avevano un loro calendario, piuttosto preciso, che segnalava gli spostamenti di Calenda: stava con Cortez e i conquistadores.
Ma non vorremmo qui, in queste poche righe, dedicargli troppo spazio, perché gli spostamenti di questo enorme statista non dovrebbero oscurare altre sotterranee e inesauste migrazioni, tipo quella di Delrio verso Gasparri (per il suo delizioso disegno di legge che equipara antisemitismo e critiche a uno Stato genocida), di Scalfarotto verso Tel Aviv, di Fassino verso il più vicino duty free, o della Picierno verso il ridicolo. Si assiste insomma a una costante e indefessa migrazione di alcuni personaggi delle nostre cronache politiche – non potendo metterli tutti nelle barzellette della Settimana Enigmistica – verso un ipotetico centro dello schieramento politico. Un centro che confina sempre e comunque con la destra, che accusa il Pd di essere troppo di sinistra (poi dice che la fantascienza non tira più) e che ha nel vittimismo la sua più collaudata modalità. Aggiungeteci anche il sindaco del Luna Park per milionari chiamato Milano, Giorgio Gori, e altri pupazzi minori molto intervistati nella loro veste di comparse sedicenti di sinistra osteggiate dalla sinistra.
Le ultime notizie su questa biblica migrazione di una dozzina di persone, che a leggere i giornali sembrano una moltitudine e che in realtà non riempirebbero uno scuolabus da 20 posti, dicono di una possibile (ipotetica? Probabile?) scissione. Insomma, i famosi “riformisti” del Pd – insieme a centristi vari, margheriti sparsi, Calenda e calendisti, renzisti rinati del Settimo Giorno e prodissimi prodiani – minacciano di allontanarsi dal Pd, e li trattiene soltanto un pensiero: che nessuno se ne accorga, tanto meno gli elettori. Siccome però non sono tempi favorevoli a lasciare un posto sicuro per tentare la carriera solista o per arruolarsi in formazioni dalle dimensioni microscopiche, la tattica è quella di piangere preventivamente, fare le vittime, lamentare di essere “bullizzati” e lanciare l’accorato allarme: “vogliono cacciarci!”. Un accorato allarme a cui qualche milione di elettori del Pd risponderebbe con un sonoro: “Ma magari!”.
In attesa che si compia questa dolorosa frattura, ci piace ricordare, in tempi di Sanremo imminente, il loro ritornello più famoso: “Si vince al centro”. Un refrain che si ripete ogni giorno, finché non arrivano le elezioni, quando il centro raccoglie percentuali inferiori al Pi greco, e poi ricomincia la rumba dei “riformisti” incompresi e maltrattati, sempre sull’orlo di una crisi di nervi.