Estromettere i giudici per prendersi la giustizia: “Mani legate”, il nuovo libro di Antonella Mascali e Piergiorgio Morosini
Il disegno di legge Meloni-Nordio entrato a Montecitorio nel maggio del 2024, ha raccolto i quattro “sì” da Camera e Senato, senza la modifica di una virgola (…). Ora tocca ai cittadini, con il referendum (…). La posta in gioco è alta. La riforma non si limita a separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri. Che è già un dato di fatto. Ambisce a mutare l’equilibrio tra poteri dello Stato e a liberare la politica da ogni controllo (…). L’approfondimento sulle ragioni che ispirano le novità costituzionali, e l’indicazione dei relativi pericoli, lo affidiamo a un dialogo. Ci è sembrata la forma più corretta per i diversi ruoli ricoperti da chi scrive, un magistrato e una giornalista di cronaca giudiziaria (…).
Governo dei giudici versus volontà popolare?
A. M. La riforma costituzionale su cui si terrà il referendum è stata firmata da un magistrato in pensione, il ministro della Giustizia Nordio. Ed è fortemente voluta dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Anch’egli magistrato, attualmente fuori ruolo, vanta pregresse esperienze di parlamentare e di viceministro dell’Interno in uno dei governi Berlusconi, secondo una prassi che tanti politici hanno definito delle “porte girevoli”. Tra i più ascoltati dalla premier Giorgia Meloni, è impegnato in prima linea in una narrazione che denuncia la volontà dei magistrati di sostituirsi al Parlamento e al governo. Lo ha ribadito lui stesso nel giorno del voto definitivo per la riforma in Senato, il 30 ottobre 2025. Inoltre, nella trasmissione di Rai1 5 minuti (ripresa dall’Ansa), sempre Mantovano ha replicato all’accusa di “volere i pieni poteri” rivolta dalle opposizioni al governo, sostenendo che “i pieni poteri sono di chi per via giudiziaria blocca la politica dell’immigrazione impedendo le espulsioni”, “di chi blocca la politica industriale fermando gli impianti”; “di chi non dà seguito alle indagini per i disordini a Roma”.
PG. M. In quelle affermazioni c’è il carburante ideologico-culturale di una volontà di “reagire” della politica al ruolo assunto negli ultimi anni dai giudici nelle istituzioni e nella società. Si colgono le ragioni profonde dell’iniziativa costituzionale di cui si discute, non riducibili alle sole dinamiche della giustizia penale, che aveva in mente la “riforma epocale” proposta nel 2011 da Silvio Berlusconi. La posta in gioco coinvolge la giustizia tout court e le sue implicazioni oggi più sensibili, su immigrazione, lavoro, ambiente, famiglia e altro. Terreni su cui possono manifestarsi punti di crisi tra indirizzi politici e valori fondanti ricavabili da norme costituzionali o euro-unitarie. (…). Dagli anni Sessanta, ai giudici si rivolgono privati o soggetti collettivi che non trovano ascolto in altre sedi istituzionali per il riconoscimento dei loro diritti. Più il parlamento è lento, o il suo intervento è frenato dalla forza di interessi particolari o dalla mancanza di un forte consenso sociale, maggiore è la ricerca del varco giudiziario impugnando la Costituzione. Ieri erano questioni di sicurezza sul lavoro, ambiente, fine vita. Oggi, sono pure tutele che riguardano il lavoro precario, i flussi migratori, le minoranze lgbtqia+. Il giudice, a differenza del politico o dell’amministratore, ha il do-ve-re di decidere e non può sottrarsi. (..).
Epilogo: il giudice che verrà… con le mani legate
L’obiettivo vero della riforma costituzionale è liberarsi di una magistratura che non può essere addomesticata da altri poteri. E lo si persegue smantellando istituti nevralgici per i costituenti del 1948, quali il Csm e la carriera unica per giudici e pubblici ministeri. Con quelle garanzie, da corpo di funzionari, pezzo della burocrazia dello Stato, la magistratura è diventata un potere autonomo, variabile indipendente dagli equilibri politici contingenti e come tale incontrollabile. Ma tutto questo non è in sintonia con l’idea di Stato che oggi si sta affermando un po’ ovunque nel mondo. E in particolare, con quella idea di magistratura “che deve collaborare col Governo”, e come tale deve essere innocua, silenziosa, ubbidiente, docile. (…).
Delegittimazione e tentativi di intimidazione dei giudici che si occupano di questioni politicamente sensibili, assieme al depotenziamento degli strumenti utili al controllo di legalità nelle istituzioni e nei circuiti economico-finanziari, sono il prologo della riforma costituzionale. Così le ragioni ufficialmente espresse per giustificarla, suonano formali e pretestuose. Non è credibile la tesi di una separazione delle carriere necessaria a garantire finalmente la “terzietà” del giudice. Già ora, in Italia, le richieste dei pubblici ministeri una volta su due sono bocciate dal giudice. (…). Il vero fulcro della riforma sta nell’indebolimento del Consiglio superiore della magistratura. È l’organo a difesa della indipendenza di tutte le toghe, quindi anche dei giudici, civili e penali. Con il pretesto della lotta al correntismo giudiziario, lo si smembra, lo si priva della competenza disciplinare e lo si cambia nella sua composizione. Con il sorteggio dei componenti togati, secondo la logica dell’ “uno vale l’altro”, diventano decisivi i componenti laici che, invece, sono scelti dalla maggioranza politica. Nelle mani di costoro saranno i destini professionali di tutti i magistrati (…).
Oggi, la magistratura italiana, compresa la Corte dei Conti, come peraltro la Corte di giustizia dell’Unione europea e la Corte penale internazionale, vengono vissute dalla maggioranza di governo come organi di resistenza ai nuovi indirizzi politico-istituzionali. Per i riformatori ciò che conta è solo chi vince le elezioni. E se è vero che l’articolo 1 della Costituzione attribuisce la sovranità al popolo quindi agli eletti; è altresì vero che la seconda parte della disposizione vuole che quella sovranità sia esercitata nelle forme e nei limiti previsti dalla legge e dalla Costituzione e, quindi, con i necessari controlli da parte degli organi di garanzia, magistratura compresa. Invece i fautori della riforma pretendono che esecutivo, legislativo e giudiziario debbano sempre “collaborare”, come in un “blocco unico”. (…).
Forse a qualcuno sarebbe piaciuta di più una disposizione sul tipo di quella adottata dallo Statuto Albertino secondo cui “la Giustizia emana dal Re ed è amministrata in suo Nome dai Giudici che Egli istituisce”, magari cambiando il termine “Re” con quello di Governo. O, se volete, di Presidente del Consiglio.