Il grande ricatto di Von der Leyen
La Commissione europea disegnata da Ursula von der Leyen per l’agognato bis, frutto di un accordo non solo modesto ma persino rischioso nei contenuti, vedrà probabilmente la luce. Per capire quanto modesto, e per farsi un’idea del futuro, non si può che partire dalle audizioni degli aspiranti commissari tenutesi nelle settimane scorse.
L’intero processo è stato intavolato sul grande ricatto “Più Europa o nessuna Europa”, eludendo però l’interrogativo cruciale: quale Europa? Quella che lavora per la pace o quella che dice di evitare le guerre dopando l’industria delle armi? Quella che crede nella salute come diritto universale o quella di corporation e Big Pharma? Quella che vuole innovare e far circolare la conoscenza, imboccando l’indispensabile e proficua strada della conversione ecologica, o quella per cui verde è ideologia? Per trovare risposte aiuta ripercorrere domande e risposte di europarlamentari e commissari in pectore, che confermano la pericolosità dell’approccio di Von der Leyen per chi crede che la Ue debba ascoltare la cittadinanza e distribuire potere, puntando su partecipazione e democrazia. Benché, in un quadro decisamente cupo, ci siano anche (pochi) inaspettati segni di speranza.
Iniziamo proprio da Raffaele Fitto, la cui nomina a vicepresidente esecutivo con delega alla Coesione e alle Riforme è stata parte della crisi di Bruxelles. Da democristiano consumato – a dispetto dell’ultima affiliazione al partito di Meloni – Fitto s’è fatto scivolare addosso le domande sulla sua presunta incompatibilità in quanto espressione di partito postfascista, e ha dimostrato di conoscere le regole del gioco. Ha piazzato parole chiave – interventi place-based, multilevel governance – ma svuotate da qualsiasi valutazione di efficacia, accompagnandole da un armamentario indispensabile di banalità, variamente scontato e privo di qualsiasi accento critico. È stata invece bersagliate nelle disgrazie locali Teresa Ribera Rodríguez, aspirante vicepresidente con delega alla Transizione pulita e giusta, nonché alla Competitività. La violenza degli attacchi ricevuti dai Popolari sui fatti di Valencia lascia supporre che dietro alla critica politica si agitino lobby e capitali con interessi sulla concorrenza. D’altronde, Ribera ha mancato l’occasione di neutralizzare gli scettici: ambigua sul nucleare e incapace di rispondere in modo netto alle domande sul futuro dell’industria automobilistica, ha citato genericamente l’esigenza di pensare ai consumatori e non solo alle aziende, ai lavoratori e non solo ai bilanci, nonché l’importanza di comprendere le potenzialità dell’economia circolare e della decarbonizzazione. Poco convincente; affatto radicale. Unica scelta netta, dribblare il famigerato “rapporto Draghi” proprio sulla competitività, filo conduttore delle audizioni di ogni altro vicepresidente in pectore, e di quasi tutte e tutti i commissari. A partire da Stéphane Séjourné (Prosperità e strategia industriale), che ha citato letteralmente interi passaggi del documento – utile ricordarlo: mai discusso dal Parlamento ma ugualmente inserito da Von der Leyen nelle lettere di missione – e fumoso su tutto il resto. Campione di “ma anche” di veltroniana memoria, ha annunciato incentivi all’industria e semplificazioni, con poche regole, come ricetta per risolvere i problemi sociali: il mandato di Draghi d’altronde è creare campioni industriali europei e coagulare capitali, mica curarsi della popolazione. Mandato che Kaja Kallas (Politica estera) ha abbracciato da tempo puntando tutto sull’industria delle armi: insieme al collega Andrius Kubilius (Difesa) ha sposato l’idea del report Draghi di rendere gli armamenti un pilastro di indipendenza strategica e di sviluppo industriale, anche scorporandone gli investimenti dal Patto di Stabilità, con cui deve fare i conti invece qualsiasi misura di carattere sociale. Nessuna parola sui rischi dell’incrocio tra tecnologie digitali, segreti militari e proprietà intellettuale, e nessuna attenzione alle alternative per garantire la sicurezza rivelano una visione delle relazioni internazionali francamente terrorizzante. Analoga disperante indifferenza al bene comune è emersa dall’audizione dell’ungherese Olivér Várhelyi, incaricato alla Sanità e al benessere animale, e a cui alla fine verrà quantomeno sottratta la delega ai diritti riproduttivi. Da lui non è arrivato emmeno un accenno sulla possibilità di creare un hub europeo per la ricerca e la produzione di farmaci e vaccini – ipotesi maturata nella scorsa legislatura a partire proprio da una proposta del Forum Disuguaglianze e Diversità – per sottrarli allo strapotere di Big Pharma: Várhelyi si è attestato invece su una linea pedissequamente pro-industria, cioè pro-oligopoli. Vale la pena poi menzionare il capolavoro di doppiezza del solito Valdis Dombrovskis (Economia e produttività), capace di difendere strenuamente il Patto di Stabilità appena varato negandone l’austerità, di denunciare la burocrazia eccessiva per l’industria giurando che limitarla non è deregolamentazione, di proporre un Competitiveness Coordination Tool – anch’esso uscito dalla cassetta degli attrezzi dell’ex presidente Bce – senza dire esattamente cosa sia. Non diverso in questo da Piotr Serafin (Bilancio): uno di poche parole, e per lo più dedicate a citare espressamente gli 800 miliardi di investimenti comuni delineati dal rapporto Draghi, ma evitando di aggiungere per cosa dovremmo spenderli. Poco brillante anche Wopke Hoekstra (Clima e crescita pulita), che si è occupato più di finanza verde – di cui è esperto – che di questioni climatiche, ma gli va riconosciuto di conoscere e di aver assunto gli impegni chiave: il Fondo sociale per il clima, la riduzione delle emissioni al 90% nel 2040, l’attenzione agli investimenti. Un momento di luce, infine, è arrivato con Roxana Minzatu (vicepresidente con delega a Persone, competenze e formazione), che ha fatto giustizia al Pilastro europeo dei diritti sociali, annunciando che lo metterà al centro dell’azione politica, insieme a quella per buoni lavori basati sul dialogo sociale. È probabile che nella prassi non conterà molto, ma è un segnale. Come lo è Michael McGrath, irlandese con portafoglio importante: Democrazia, giustizia e stato di diritto. Lavorerà – dice – per spingere una vera corporate sustainability, senza green e pink washing, e vigilerà sul rispetto dei diritti. Certo, non è che una piccola parte di quello che andrebbe fatto, ma nel quadro desolante a qualcosa di buono bisogna pur aggrapparsi.
* Per il Forum Disuguaglianze e Diversità