Evasori, “il pizzo di Stato” ora diventa solo voto di scambio
Dal “pizzo di Stato” al voto di scambio il passo è breve, specie se si fa tutto in casa. Si tende una mano agli evasori, si struttura per legge un sistema sempre più iniquo, si impone al Parlamento di votarlo perché le casse sono vuote e tocca riempirle, pena il fallimento della sbandierata “rivoluzione fiscale”: un affronto insopportabile.
Va letta così la penosa vicenda – soprattutto per le molte persone oneste – del concordato preventivo biennale voluto dal governo, il sistema di tassazione per gli autonomi che dovrebbe invitarli a una maggiore contribuzione offrendo loro aliquote ridotte sulle maggiori entrate per 2024 e 2025: in parole semplici, l’idea è convincere più partite Iva possibili a mettere nero su bianco in anticipo il loro reddito futuro, scommettendo che sia un po’ in crescita ma con la garanzia che non sarà caricato di tutte le relative imposte. Un incentivo, insomma, alla sincerità: chi ammette i guadagni e li dichiara preventivamente viene premiato. Con quale obiettivo è presto detto: recuperare circa 1,8 miliardi di euro di cui l’esecutivo ha bisogno in vista della manovra di bilancio. Tutto normale? Il primo inghippo di una lunga serie è facile a vedersi: l’idea si scontra frontalmente col principio della effettività del reddito, cioè i tributi sono dovuti sulla base dell’effettiva ricchezza, non della divinazione volontaria del futuro.
La creatività, quando si parla di fisco, è statisticamente sinonimo di disparità. Ma questo è solo l’antipasto. La scommessa del governo è infatti tanto temeraria quanto concettualmente fallace: per quale ragione chi finora l’ha fatta franca dovrebbe aderire a una misura che prevede pagamenti certi, benché agevolati? L’amore per la Nazione con la maiuscola? Non sfugge a nessuno che il precedente tentativo di concordato preventivo, risalente a vent’anni fa (2002-2003), fu un flop conclamato. Ed ecco allora la trovata geniale: le aliquote agevolatissime – dal 3 al 15%, in base alla affidabilità fiscale: già di per sé un ossimoro, trattandosi di evasori – saranno accompagnate da un maxicondono per il quadriennio precedente. Uno sconto monstre, capace di far risparmiare una montagna di soldi a chi già li ha sottratti alla collettività e ai servizi che devono finanziare. I conti sono da non crederci: secondo una simulazione realistica di Avvenire, chi avesse nascosto al fisco 100 mila euro potrebbe sanare la propria posizione versando da 350 a 500 euro. No, non ci siamo dimenticati alcuno zero: questa è l’entità del danno che si fa allo Stato e alla cittadinanza onesta. Per avere un termine di paragone, sulla stessa cifra si pagherebbero regolarmente tra i 24 e i 35 mila euro. La parola condono, ovviamente, è tabù: si preferisce la più innocua sanatoria. Ma persino una presidente del Consiglio che non si vergogna di chiamare “pizzo di Stato” le imposte, evidentemente sa quanto il provvedimento sia indigesto al popolo onesto che dice di rappresentare: così, al posto di vararlo nella legge di bilancio che porta il suo nome, lo ha infilato nel cosiddetto decreto Omnibus come misura suggerita da alcuni parlamentari, su cui è stata messa la fiducia. Niente male come pacchetto regalo, a parte per un dettaglio: lo sconto riservato a chi già ha fregato la collettività costa alla collettività stessa poco meno di 1 miliardo. Cioè dieci volte la spesa preventivata per un esiguo “bonus Natale” da circa 100 euro riservato a coppie con figli e redditi bassi, ma solo se regolarmente sposate. “Tutti dovranno fare sacrifici”, ha detto il ministro Giorgetti parlando della Finanziaria. Non proprio tutti, in realtà: chi defrauda lo Stato è premiato, chi si allontana dal postulato “Dio, patria e famiglia” punito. D’altronde, si sa: tra moralità e moralismo c’è una bella differenza.
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