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Consulta, la “giusta” maggioranza di Meloni

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C’era una volta che se un politico potente non gradiva le decisioni della Corte costituzionale, perché contrarie ai suoi interessi, si rifugiava nell’irridente interrogativo: “Chi sono questi 15 signori che osano ribaltare la volontà di 450 rappresentanti del popolo?”. Fu l’onorevole Calderoli a fregiarsi di questa performance, commentando una sentenza della Consulta sul “lodo Schifani” che proprio non gli andava giù.

Ma ogni specie si evolve. Oggi il potente di turno preferisce giocare d’anticipo, dandosi da fare perché la composizione della Corte possa esprimere la “giusta” maggioranza, cercando così di scongiurare decisioni sfavorevoli su temi “sensibili”. È il caso di Giorgia Meloni la quale, essendo scaduto nel novembre 2023 un giudice costituzionale, ha congelato la nomina del sostituto per quasi un anno. Sbloccandola soltanto nel momento in cui alcuni parlamentari – cambiando casacca – sono passati dalla sua parte, facendole sperare di poter avere la maggioranza necessaria per nominare il nuovo giudice senza cercare un accordo (come d’uso) con le altre forze parlamentari.

E si è svegliata proponendo il suo consigliere giuridico di Palazzo Chigi, cioè un soggetto che di mestiere scrive le leggi, quelle che magari dovrà poi giudicare come componente della Consulta. Molti osservatori hanno denunziato un possibile conflitto di interessi, ma la preoccupazione non ha neppure sfiorato la premier, incurante del fatto che intestarsi come componente della Corte un soggetto che ha lavorato nel tuo ufficio, instaurando con te un rapporto di fiducia, significa indebolire l’argine contro l’insofferenza al pluralismo e ai diritti delle minoranze, anticamera dell’autoritarismo.

La manovra portata avanti con decisione dalla premier questa volta non ha funzionato. Ma la prossima? Dio salvi la nostra democrazia da nuovi trasformismi parlamentari e dai pretoriani che escogitassero ancora qualcosa per scavalcare l’impasse…

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