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Gaza, Ajith Sunghay (Onu): “Bombe, liquami, epidemie e fame. Serve la tregua immediata”

“In 20 anni mai vista tanta miseria. Non serve procedere per piccoli passi, non possiamo più permettere che questa guerra vada avanti”. Prosegue la raccolta dei fondi a favore di Medici senza frontiere, lanciata dalla Fondazione del Fatto Quotidiano, per portare a Gaza cure mediche, cibo e acqua. Per donare clicca qui
Gaza, Ajith Sunghay (Onu): “Bombe, liquami, epidemie e fame. Serve la tregua immediata”
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“La miseria a Gaza è inimmaginabile e lo sforzo delle organizzazioni umanitarie non potrà durare per sempre”. Ajith Sunghay, capo dell’ufficio per i Territori palestinesi occupati dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani (Ohchr), è appena rientrato dall’ultimo viaggio nella Striscia, a Khan Yunis, Al Mawasi e Deir al Balah. Per tutto il tempo, racconta, ha avuto nelle orecchie il rumore delle bombe. “Gli sfollati vivono in tende di fortuna tra rifiuti e liquami, senza cibo né acqua. Non può continuare così”.

Per l’operazione su Rafah c’è stato un nuovo esodo dei civili verso nord. Dove hanno trovato riparo?

La maggior parte è a Deir al Balah (nel centro, 10 km a nord di Khan Yunis, ndr). Circa 60 mila persone sono ancora nella zona costiera di Al Mawasi. Un numero rilevante è tornato a Khan Yunis, che nei mesi è stata quasi rasa al suolo, l’ho visto con i miei occhi. Quasi tutti vivono in tende di fortuna fatte di plastica e legno preso dai pallet degli aiuti umanitari. Altri sono ammassati negli edifici dell’Unrwa: ho visitato una scuola con 14 mila persone per 25 bagni. È difficile spostarsi, la privacy è nulla, l’igiene precario e aumentano le frustrazioni: ci sono stati scontri tra gruppi di sfollati.

Quanto è peggiorata la situazione umanitaria con il caldo?

Prima c’erano le piogge torrenziali. Le tende sono inutili contro le intemperie. Manca l’energia per refrigerare gli ambienti. Mancano cibo, acqua pulita e sapone, un problema soprattutto per donne e bambini. Ma il primo pensiero di tutte le persone con cui ho parlato era un altro: il terrore di essere costretti a spostarsi di nuovo.

Secondo i media, metà delle infrastrutture idriche è stata distrutta. L’acqua come arriva?

Ne arriva meno del necessario: una o due bottiglie al giorno. A differenza di altre parti di Gaza, nelle zone che ho visitato c’era un impianto di desalinizzazione attivo e l’acqua potabile non era il problema principale. Invece è molto grave la situazione delle acque reflue. I liquami scorrono tra le tende, i rifiuti si accumulano: ho visto montagne di spazzatura larghe 200 metri. È chiaro che la raccolta degli scarti non è la priorità degli sfollati, ma dopo mesi di accumulo si rischiano malattie. I medici parlano di scabbia, diarrea e gastroenterite. Se non ti uccidono le bombe, ci pensano le malattie.

L’Ohchr ha diffuso un report con casi di violazioni dei diritti umani da parte dell’esercito israeliano nei primi mesi di guerra. È ancora così?

Per ragioni di sicurezza non ho potuto avvicinarmi a zone di conflitto attivo, ma posso dire che a Deir al Balah ho avuto sempre nelle orecchie il rumore delle bombe, dei droni e degli spari, 24 ore su 24. Il report denuncia l’uso di ordigni ad alto potenziale su aree densamente popolate, tra ottobre e dicembre 2023. Si aggiungono le centinaia di detenzioni arbitrarie di palestinesi (includendo la West Bank) con abusi e torture. Anche le “operazioni mirate” non sembrano rispettare i principi di precauzione. Come si definisce il limite, quando operi in una zona con un milione di abitanti?

La comunità internazionale parla di aumentare le forniture umanitarie, funzionerà?

La soluzione è il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi. Il tessuto sociale di Gaza è annientato, le persone non hanno più lavoro, le famiglie sono spezzate. In 22 anni di carriera non ho mai visto tanta miseria. L’attività umanitaria dell’Onu e delle ong non può durare all’infinito. Non serve procedere per piccoli passi, non possiamo più permettere che questa guerra vada avanti.

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