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Il Covid meloniano è più contagioso di quello di Draghi

3 Novembre 2022

Il governo ha cambiato le regole per il contenimento del Covid. Breve recap: il 29 ottobre è stato l’ultimo giorno in cui il bollettino dei casi di Covid è stato diffuso quotidianamente, d’ora poi sarà settimanale; le sanzioni comminate ai non vaccinati over 50 che non si erano immunizzati entro il 15 giugno saranno congelate fino all’estate 2023; last but not least, con un paio di mesi di anticipo rispetto alla scadenza del 31 dicembre, cessa l’obbligo di vaccinazione per il personale sanitario, che sarà reintegrato (circa 3.400 persone). Dove e come lo decideranno le Regioni e le direzioni sanitarie: la Puglia per esempio ha fatto sapere che, secondo la legge regionale, il personale non vaccinato (non solo contro il Covid) non può stare a contatto con i pazienti e così continuerà a essere.

Il pacchetto di regole sopracitate ha fatto imbestialire un mucchio di persone, o almeno molti di quelli che hanno diritto di parola nel cosiddetto dibattito pubblico. L’intervento più criticato è il reintegro dei sanitari che metterebbero a rischio la vita dei pazienti fragili. Ci era parso di capire che le affermazioni dell’ex presidente del Consiglio Draghi (“Il green pass dà la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose”, luglio 2021) fossero state smentite dai fatti e pure dai provvedimenti dello stesso governo Draghi, che da un certo punto in poi ha lasciato che l’epidemia circolasse, rinunciando a quasi tutte le restrizioni e le prescrizioni. E questo anche durante l’ondata estiva. Una scelta che però non ha suscitato indignati editoriali: il Covid è stato per mesi relegato a pagina mille dei quotidiani, quando una pagina c’era, senza strepiti e guerre di religione. Insomma, se l’hanno deciso i Migliori, un motivo ci sarà stato. Anche oggi il virus circola e non affolla i reparti di terapia intensiva, ma qualcosa è cambiato: a Palazzo Chigi ci sono i destri (e, senza dubbio, i destri più beceri). Ecco che i toni sono di nuovo quelli della crociata di due anni fa, il bersaglio è il personale sanitario no vax, che non merita di tornare al lavoro. Le motivazioni sono al limite del comico: reintegrarli sarebbe un atto irrispettoso nei confronti dei vaccinati, i medici no-vax non hanno fiducia nella scienza e dunque non sono affidabili. Come se noi sottoponessimo abitualmente i medici a test d’integrità professionale (“lei mangia la verdura?”, “lei fa il vaccino contro l’influenza? E contro la polmonite virale?”). Una questione morale è evocata su Repubblica da Elena Stancanelli che ieri chiedeva una sorta di lettera scarlatta per il personale sanitario non vaccinato: “Basterà un braccialettino colorato, la cuffia di un altro colore. Un qualsiasi segno di riconoscimento che mi permetta di scegliere di evitarli, così come loro hanno evitato di contribuire al disperato e affannoso tentativo che abbiamo fatto tutti noi per limitare la strage del Covid”. Una misura un tantino discriminante e assai poco rispettosa della Costituzione.

Chiediamoci perché in una società che largamente non è più vaccinata (si è capito che la protezione ha una durata non lunghissima) i medici non vaccinati dovrebbero restare senza lavoro (ce ne fossero in abbondanza, tra l’altro) e senza stipendio. E perché non c’è stata e non c’è la corsa alla quarta e alla quinta dose? Sia come sia, per privare qualcuno di un diritto così fondamentale, il lavoro, da cui discende anche la capacità di sostentamento, dovrebbe quantomeno esserci la certezza che immunizzare se stessi protegge anche gli altri. Certezza scientifica che non c’è. Quel che rimane è un livore vendicativo che si spiega solo con l’incapacità di ammettere che la caccia all’untore degli ultimi due anni ha avuto poco a che fare con la fiducia nella scienza. E moltissimo con la necessità di sentirsi migliori.

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