La domanda di Natale

Padre Spadaro: “Caro Antonio, mi chiedi dov’è Dio davanti alla sofferenza? Il Dio dei bambini è dove è l’uomo”

Tra il cielo e il mare - Chiamare in causa Dio come in un tribunale sul banco degli imputati è un atto tragico, e a me fa scattare l’assioma: poiché l’uomo è libero, ha anche le proprie responsabilità

29 Dicembre 2021

La sera di Natale “non sapevo come rispondere alla domanda di un bambino, la stessa domanda che noi poveri cristiani dalla fede, diciamo così, discontinua, cerchiamo di schivare da una vita. Immagini la sera della Vigilia, in una casa baciata dal benessere, la tavola imbandita, il presepe illuminato e, sotto l’albero, i pacchi colorati che i più piccini tra poco scarteranno felici. Intanto, nel sottofondo, un televisore acceso rimanda la notizia di un barcone carico di persone affondato al largo delle coste greche, mentre era diretto in Italia”. (…) “Ed ecco che il bimbo fortunato, pensando ai bimbi annegati – alle onde, al gelo, al terrore di quegli attimi – chiede: Gesù non poteva salvarli? (…) “Se Dio è davvero infinita bontà, perché permette tanta sofferenza nel mondo che ha creato?”. È la domanda che si pone e pone Padellaro a padre Antonio Spadaro nella sua rubrica di martedì. Qui pubblichiamo la risposta di Spadaro.

di Antonio Spadaro

Caro Antonio, ho letto la lettera che mi hai indirizzato ieri dalle pagine del Fatto Quotidiano. Le immagini delle tragedie che accadono nel Mediterraneo e che hanno come vittime i migranti sono sotto i nostri occhi.

Ma ormai è come se il velo dell’abitudine le avesse sbiadite. Ci appaiono già viste. Non sentiamo che dietro la storia di ogni singola persona che affoga nel Mare Nostrum, dietro ogni singola tragedia personale c’è una vita umana che affoga. E, con la sua, noi e la nostra umanità.

Per questo, ad esempio, io forse non avrei pubblicato le immagini del corpo di quel bambino, Alan Kurdi, che il mare aveva portato a riva. La morte di un bambino non può essere usata, neanche per il più nobile scopo, come quello di sensibilizzare le coscienze. Perché si rischia l’assuefazione. Ormai ci siamo abituati a quelle immagini tremende.

Tu mi poni una domanda chiara, netta, precisa: Dio dov’era? E ponendo la domanda innanzitutto solleva il velo di indifferenza che copre i nostri occhi. Chiamare in causa Dio forse significa una cosa: dire che sotto i nostri occhi sta accadendo qualcosa di tremendo, che non ha plausibilità né spiegazione possibile. Chiamare in causa Dio come in un tribunale sul banco degli imputati è un atto tragico che fa esplodere il grido della coscienza. Ti dirò che a me, appena ascolto la sua domanda, ne scatta in realtà un’altra che la precede: dov’era l’uomo? Cioè: dato che l’uomo è libero, e non è un pupazzo manovrato dalle mani di Dio, quel che è accaduto ha delle precise responsabilità assolutamente umane e nient’affatto divine.

Spero solamente che nessuno abbia portato Dio in tribunale mentre immergeva la voglia di festa tra le bollicine di uno spumante in una casa baciata dal benessere, per citare una sua espressione. Mi sentirei un verme, dunque, se saltassi questa domanda che deve imporsi alla nostra coscienza: dov’era l’uomo? Quanti occhi abbiamo chiuso perché si potesse verificare quella tragedia?

Detto questo, resta la tua domanda. Vorremmo che Dio fosse apparso sulle acque del nostro mare e avesse portato in salvo con la sua mano umana ogni singolo bambino, bambina, donna e uomo che le acque e il nostro cinismo hanno fatto affogare. Perché Dio “permette” tanta sofferenza? Sono consapevole che se Dio non permettesse la nostra libertà noi saremmo tutte brave marionette e tutto funzionerebbe nel mondo come un orologio a cucù. No, non è così. E certo, a volte, vorremmo che la nostra libertà venisse annullata quando questa ci permette di compiere il male.

Ma la domanda resta: “Dio dov’era?”. Sulla croce. Dio era sulla croce, vivendo sulla sua pelle quell’ingiustizia e quel dolore atroce. Dio non è un motore immobile, ma un “agnello condotto al macello”, come ci dice la Bibbia. Lui sa. E da lì guarda al dolore del mondo.

Ma la domanda resta: “Perché i bambini soffrono?”. Io ti sto rispondendo come posso, ma in realtà ora mi accorgo che, in realtà, tu la domanda non l’hai posta a me: mi chiedi di rivolgerla a Papa Francesco. Anzi, proponi una seconda edizione dell’esperienza che ho vissuta con lui per realizzare il volume La saggezza del tempo, che ora Netflix ha portato sugli schermi con una docu-serie dal titolo Stories of a Generation con Papa Francesco. In realtà il Papa, prima di realizzare questa conversazione a distanza con i nonni, ne ha già realizzata un’altra proprio con i bambini dal titolo L’amore prima del mondo. In quel contesto un bambino americano di 7 anni, William, gli chiese: “Caro Papa Francesco, se tu potessi fare un miracolo, che cosa sarebbe?”. Alla domanda allegò un disegno che rappresentava una croce che si staglia su un arcobaleno.

Ecco, dunque, la risposta del Papa: “Caro William, io guarirei i bambini. Non sono riuscito ancora a capire perché i bambini soffrano. Per me è un mistero. Non so dare una spiegazione. Mi interrogo su questo. Prego su questa domanda: perché i bambini soffrono? È il mio cuore che si pone la domanda. Gesù ha pianto e piangendo ha capito i nostri drammi. Io cerco di capire. Se potessi fare un miracolo, guarirei tutti i bambini. Il tuo disegno mi fa riflettere: c’è una grande croce scura e dietro c’è un arcobaleno e il sole che splende. Mi piace questo. La mia risposta al dolore dei bambini è il silenzio oppure una parola che nasce dalle mie lacrime. Non ho paura di piangere. Non devi averla neanche tu”.

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