Come in una fiction criminale, ma invece nei contorni sfumati eppure implacabili della realtà, cercare “i soldi della P2” significa mettere in fila morti ammazzati, coincidenze a un primo esame inspiegabili, depistaggi devastanti per una qualunque verità, complicità che affondano nel “cuore dello Stato”.

Follow the money, dunque, e per l’ennesima volta. Ma anche due magistrati uccisi (e all’apparenza dei processi, quelli sui loro omicidi, solo per le vendette del terrorismo fascista il primo, della ’ndrangheta salita alla conquista del Nord industriale il secondo): Vittorio Occorsio, pm di Roma, nel 1976, e Bruno Caccia, procuratore capo di Torino, nel 1983. Poi, un altro giudice scampato a un’autobomba, forse la prima nella storia del dopoguerra italiano, e infine morto suicida: il pretore di Aosta Giovanni Selis, nel 1982. Che cosa mai è in grado, però, di collegare quelle vicende, di andare oltre l’unico elemento comune dell’eliminazione riuscita o tentata di tre “servitori dello Stato”, di tessere il filo capace di portare tutto “a un livello superiore”, riconducendolo a uno scenario ben più ampio e che riguarda l’attacco alla Repubblica democratica?

I soldi della P2 (PaperFirst, pp. 502, euro 18), appunto, prova a cercarlo. Non con la certificazione impossibile di una sentenza penale, ma invece con la bussola, quasi la lampada sul casco di un minatore, indispensabile per trovare un qualche squarcio di luce, un possibile sentiero di intrecci nell’oscurità dell’universo criminale e assieme eversivo e più pericoloso della nostra storia repubblicana.

I suoi autori posseggono le “chiavi inglesi” per smontare e rimontare quei misteri, grazie alle loro esperienze di lavoro, a una ricerca accuratissima e alla memoria diretta. Antonella Beccaria, giornalista che da anni dedica il suo impegno allo studio dell’Italia delle stragi; Mario Vaudano, giudice in pensione che, all’inizio degli anni 80, guidò da Torino una delle più importanti inchieste sulla corruzione della politica e delle istituzioni, lo “scandalo dei petroli”, coinvolgendo i vertici della Guardia di Finanza, ministri e sottosegretari dc, il gotha dell’imprenditoria petrolifera italiana, il Vaticano, Licio Gelli e la P2, lambendo addirittura il “caso Moro” e l’omicidio Pecorelli; Fabio Repici, avvocato siciliano e legale delle famiglie delle vittime delle mafie, come quella del procuratore Caccia, il magistrato che aveva condiviso e difeso le indagini di Vaudano.

Torino e Roma, Selis, Caccia, Vaudano e Occorsio: luoghi, nomi e ruoli che per tutto il libro si intersecano senza sosta, ma con improvvisi cortocircuiti, assieme alle connessioni con il denaro della mafia e i casinò italiani e della Costa Azzurra, i sequestri di persona compiuti dalle ’ndrine nel Nord, l’uso dei sicari “neri” per regolare conti ed eliminare avversari. E infine il fiume di soldi gestito sotto l’egida della P2 di Gelli: la potente organizzazione massonica ed eversiva infiltrata all’interno dello Stato.

Gli scarti improvvisi e le ricostruzioni più difficili sono continui nell’opera di Beccaria, Repici e Vaudano. Nella quale anche l’uccisione di Occorsio, la più indagata nel tempo, offre nuovi spunti e pone altrettanti interrogativi. Ma è soprattutto l’omicidio Caccia quello indicato, ancora oggi, come il più deprivato della verità e di un’attenzione nazionale spesso negatagli dai media, trascorsa l’urgenza della sua attualità. Ci sono due sentenze, in epoche diverse, che hanno attribuito la sua morte agli uomini delle ’ndrine. Bruno Caccia, unico magistrato ucciso dalla ’ndrangheta e nella città della Fiat: quanto dovrebbe bastare perché rimanga fissato nell’agenda di uno Stato che vuol sapere come e perché sono stati uccisi i suoi servitori.

Torino e la vicina Aosta paiono allora quasi il baricentro, le “capitali”. dei misteri del libro. Caccia aveva cominciato la sua carriera in Vallée, indagando per primo su vicende legate al casinò di Saint Vincent: la stessa casa da gioco su cui stava lavorando Selis, prima dell’attentato. Sempre Caccia, poi, era stato il procuratore che aveva affiancato a Torino Gian Carlo Caselli nelle indagini sulle Brigate Rosse, aveva appoggiato quelle di Vaudano sul contrabbando petrolifero, aveva avviato l’inchiesta sullo “scandalo delle Tangenti” nel Comune di Torino e nella Regione Piemonte (anticipatrice di Mani Pulite), aveva incrociato la mafia catanese trapiantata in città e gli “alleati” calabresi con i sequestri di persona e il traffico di droga, aveva cominciato con la Procura di Milano a cercare le prove sull’infiltrazione di Cosa Nostra italo-americana nei casinò italiani. Aveva intuito infine (forse la sua “colpa” più grave) i rapporti tra alcuni colleghi del Palazzo di Giustizia subalpino e la criminalità locale.

Gli autori ripropongono così, tra le pagine, un interrogativo che dura da anni: può essere il suo omicidio solo riconducibile a una vendetta del milieu mafioso torinese? O non è invece quasi l’archetipo di quel fil rouge che Beccaria, Repici e Vaudano hanno provato a intrecciare nel sottotitolo del loro libro: “Sequestri, casinò, mafie e neofascismo: la lunga scia che porta a Licio Gelli”?

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