Impresentabili di governo - Fascioleghismo

Letta: “Durigon se ne vada, voteremo la mozione M5S”

Giallorosa - Dopo Conte, anche il leader del Pd chiede le dimissioni del salviniano. Ok di LeU, ma Draghi tace

10 Agosto 2021

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“Chi parla di parco Mussolini semplicemente deve dimettersi”. Dopo Giuseppe Conte e l’Anpi anche il segretario del Pd Enrico Letta usa parole durissime contro il sottosegretario leghista all’Economia Claudio Durigon, fedelissimo di Matteo Salvini, che mercoledì in campagna elettorale a Latina ha proposto di cambiare il nome del parco cittadino da “Falcone e Borsellino” a “Mussolini” (inteso come Arnaldo, il fratello del duce). Parole molto gravi che hanno portato alla richiesta di dimissioni prima di Conte sul Fatto di ieri e ora di Letta: “Quelle di Durigon – dice il segretario dem al Fatto Quotidiano – sono affermazioni che in un colpo solo infangano l’antifascismo da cui è nata la nostra Repubblica e la memoria di due eroi civili come Falcone e Borsellino”. Per questo, secondo Letta, Durigon deve dimettersi o, nel caso in cui non decida di farlo autonomamente, dovrà essere il premier Mario Draghi a ritirargli le deleghe da sottosegretario al Tesoro: “Sono parole incompatibili per la sua permanenza nell’esecutivo” conclude il segretario del Pd. Sul caso Durigon i giallorosa si compattano: dopo Conte e Letta anche LeU ci va giù durissimo con il capogruppo alla Camera Federico Fornaro secondo cui le dichiarazioni del sottosegretario del Carroccio “rendono incompatibile la sua presenza al governo con i valori fondanti della nostra Repubblica”. E quindi, conclude Fornaro, Durigon “si dimetta subito togliendo tutto il governo dall’imbarazzo”.

Al momento da Palazzo Chigi preferiscono fare orecchie da mercante visto che rimuovere il sottosegretario significherebbe aprire una crisi con la Lega, di cui Durigon è uno dei principali esponenti. E così, se la pressione dei giallorosa non porterà alle dimissioni nell’immediato, la battaglia diventerà parlamentare. A settembre Pd, M5S e LeU hanno intenzione di coordinarsi per presentare una mozione di sfiducia individuale – la cosiddetta “mozione di censura” per i sottosegretari – per chiedere formalmente al premier Mario Draghi di rimuovere Durigon. E non servirà scriverne una nuova visto che una mozione parlamentare c’è già ed è stata presentata il 6 maggio dai deputati del Movimento 5 Stelle delle commissioni Economia e Affari Costituzionali alla Camera a prima firma Cosimo Adelizzi dopo l’inchiesta di Fanpage in cui il sottosegretario leghista parlava così, intercettato, dell’inchiesta sui 49 milioni della Lega: “Il generale della Guardia di Finanza che indaga, Zafarana, lo abbiamo messo noi”. I deputati del M5S, in base a quei fatti, chiedevano a Draghi di “avviare la procedura di revoca” delle deleghe nei confronti di Durigon. In un question time degli ex 5 Stelle di “L’Alternativa C’è” già in quell’occasione Draghi aveva glissato sulla vicenda. Adesso però la mozione del M5S sarà aggiornata con la richiesta di calendarizzazione a settembre, quando riaprirà il Parlamento. “Chiedevamo le dimissioni di Durigon già a maggio e per noi quell’atteggiamento era già inaccettabile – spiega il vicecapogruppo alla Camera del M5S Riccardo Ricciardi – oggi, dopo le parole su Mussolini, lo è ancora di più. Penso che sia tutto a vantaggio del governo levare le deleghe a un personaggio così inappropriato e spero che anche Pd e LeU sostengano con forza la nostra posizione”.

Il sostegno arriverà dal Pd: dal Nazareno, se Durigon non dovesse lasciare prima, l’orientamento è quello di sostenere la mozione. Anche LeU farà lo stesso. “Su un tema come quello dell’antifascismo non transigo – dice il deputato Pd Emanuele Fiano – e per questo Durigon va rimosso”. Di fronte alla pressione dei giallorosa per far dimettere il sottosegretario leghista, resta il problema politico nella maggioranza. Perché fonti vicine a Salvini spiegano che per la Lega il caso non esiste e un esponente molto vicino al segretario minaccia apertamente: “Se cade Durigon, noi ce ne andiamo dal governo”. D’altronde Salvini non può permettersi di mollare colui che ha messo in piedi il partito in Lazio, portando tessere e voti dal mondo del sindacalismo di destra dell’Ugl (di cui è stato vicesegretario generale) e diventando il punto di riferimento del Carroccio nel centro-sud. Uomo, come ha dimostrato Fanpage, dalle relazioni spericolate a Latina e che nella Lega è considerato il “mediatore” tra l’ala del partito di lotta e quella di governo tanto che, si dice nel partito, potrebbe essere il ministro del Lavoro in un governo di centrodestra. A meno che non cada prima.

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