Quando soffia il vento del nord, la rossa polvere tossica si posa sui campi e sulle case abbandonate di Botun. Solo la famiglia Stojanović vive ancora in questo paese fantasma, sulle sponde del fiume Mora. “Quando ci hanno proposto un risarcimento per lasciare il paese, nel 2001, mio marito lo ha rifiutato perché era troppo poco. E siamo rimasti da soli”, spiega Stana, un’ottantina d’anni, che vive con i due figli. “Mio marito è morto di cancro poco dopo, e io stessa sono molto malata. Dobbiamo tenere le finestre chiuse anche d’estate perché la polvere rossa si insinua ovunque”. La pianura di Zeta è una delle più fertili del Montenegro, ma è resa invivibile dal Kombinat dell’alluminio di Podgorica (KAP), una gigantesca fabbrica a nove chilometri dalla capitale e alle sue 7,5 milioni di tonnellate di fanghi rossi contenute in due vasche grandi quanto 65 campi da calcio. La casa degli Stojanović dista neanche 100 metri dall’impianto. Dopo la seconda guerra, il Montenegro, all’epoca un Paese rurale, cominciò a sfruttare i giacimenti di bauxite rossa di Nikšić, mentre l’impianto per la trasformazione del minerale grezzo in alluminio fu installato alla periferia di Podgorica, all’epoca Titograd.

La costruzione del Kombinat prese il via nel 1969. Tre anni dopo, il sito impiegava seimila operai. Per vent’anni, tutta l’economia montenegrina ruotò intorno al Kombinat, ma il sogno di sviluppo industriale della Repubblica socialista federale non sopravvisse allo smembramento della Jugoslavia. Dal 1992 la produzione crollò. Nel 2004, dopo la caduta del regime di Miloševicć e la fine delle sanzioni internazionali, la privatizzazione del KAP, su cui pesavano debiti per 130 milioni di euro, divenne inevitabile. Fu il gruppo Rusal di Oleg Deripaska, il “re russo dell’alluminio”, a mettere le mani sul 58,7% del capitale. Ma la luna di miele con l’oligarca non durò a lungo. “Il KAP avrebbe potuto produrre 100mila tonnellate di alluminio all’anno, ma Rusal voleva portare la produzione a 120mila, senza investire e senza assumere”, ricorda Sara Kekovi, segretario generale dell’Unione dei sindacati liberi del Montenegro (USSCG). Nel 2013 una lunga procedura giudiziaria si chiuse con il fallimento del KAP e un deficit di 150 milioni per le finanze pubbliche montenegrine. Nel 2014, Veselin Pejovi, proprietario di Uniprom, un fedele del presidente Milo Dukanovic, riprese il sito per 28 milioni di euro. “Nei primi anni duemila, il Kombinat contava ancora 5.600 dipendenti. Ma da vent’anni non si investe in tecnologie. Si susseguono solo piani di ristrutturazione”, continua il sindacalista. Nel 2013, il KAP contava solo 720 dipendenti: “Dall’arrivo di Uniprom, le attività sindacali sono state vietate, i lavoratori collezionano contratti precari e l’azienda ha richiamato dei pensionati per pagare meno contributi”. Nel 2015 l’Unione dei sindacati liberi del Montenegro ha fatto intervenire l’ispettorato del lavoro e la battaglia continua in tribunale. Eppure gli affari di Uniprom sembravano andare a gonfie vele: nel 2019 l’azienda è stata il primo esportatore del Montenegro. Pejović ha anche acquisito le miniere di bauxite di Nikši, controllando così l’intero settore nel Paese. “I nostri campi sono inquinati da quarantacinque anni, ma prima almeno la gente aveva un lavoro”, osserva Radoslav Terzi, un abitante di Srpska, vicino a Botun. La sua proprietà si estende ai piedi dei bacini di fanghi rossi. “L’acqua del pozzo non è potabile ed è pericoloso mangiare le verdure dell’orto. Alcuni anni fa le mie mucche hanno perso i denti”.

Tutte le sue azioni legali sono rimaste lettera morta: “Nel 2001, lo Stato ha espropriato delle terre a Botun e 22 famiglie sono state risarcite, ma io no. Dal momento che avevo solo terreni agricoli, non mi è stato offerto nulla”. “Le vasche devono essere mantenute piene d’acqua per evitare che la polvere si disperda nell’atmosfera. Un anno ha nevicato e la pianura di Zeta è diventata rossa. Una delle vasche – spiega – non è stagna e passano le infiltrazioni”. Nataša Kovaević, della ONG Green Home, lo conferma: “I bacini sono fessurati e le sostanze tossiche penetrano nelle acque superficiali. Il fiume Morača è a soli 300 metri da qui e sfocia nel lago di Scutari, una delle riserve di acqua dolce più importanti dei Balcani. Oggi, le concentrazioni di metalli pesanti nei pozzi e nei campi della regione sono da due a 150 volte superiori alla norma”. Secondo Green Home, il KAP ha prodotto, dagli anni ’70, 325mila tonnellate di rifiuti solidi contenenti nichel, cromo, cadmio, arsenico o ancora cianuro. Una parte di questi metalli sono penetrati nel suolo. A causa della lunga saga legale del KAP, i controlli dei livelli di inquinamento, prima regolari, sono diventati rari. Il Centro Ecotossicologico di Podgorica, che dipende dal ministero dello Sviluppo sostenibile e del Turismo, ci ha spiegato via e-mail che “le ultime analisi delle acque sotterranee risalgono al 2011”. L’inquinamento atmosferico causato dalla polvere rossa era misurato una volta al mese fino al 2009 ma “da allora non c’è stato più alcun monitoraggio sistematico e le ultime misurazioni risalgono a luglio 2017 e poi a settembre e ottobre 2018”. Nel 2015, Roman Denkovic, un uomo d’affari ucraino, ha acquisito il KAP per 2,45 milioni di euro, con l’intenzione di investire 50 milioni di euro nell’impianto e creare 300 posti di lavoro, rilanciando la produzione di alluminio e riciclando i fanghi rossi.

Il piano non è mai stato realizzato e l’uomo d’affari si è accontentato di rivendere alcuni macchinari. Nell’aprile 2016, ha venduto anche le due famose vasche, per una somma ignota, a Weg Kolektor, azienda teoricamente specializzata nel trattamento dei rifiuti. Nel 2018, è stata condannata a 7.500 euro per non aver predisposto un efficace sistema di irrigazione dei bacini. Se i fanghi rossi interessano tanto è perché contengono terre rare e minerali usati nella produzione di monitor di computer e telefoni, ma anche di radar, turbine eoliche e auto elettriche, essenziali nella transizione energetica. “Nei fanghi rossi del KAP troviamo piombo, mercurio e cromo, ma anche terre rare come scandio, ittrio e lantanidi”, spiega Slobodan Radusinović dell’Istituto di ricerca geologica del Montenegro, che sta studiando la composizione chimica dei fanghi rossi del KAP. Il Montenegro riuscirà a sfruttare questo tesoro?

Secondo uno studio del Bureau Veritas Commodities Canada, i due bacini del KAP conterrebbero 15mila tonnellate di terre rare. Nel settembre 2019, Siniša Jevrić, proprietario della Weg Kolektor, aveva assicurato che lo sfruttamento dei fanghi rossi sarebbe partito “il 15 novembre 2019”, in collaborazione con una misteriosa azienda britannica. Ma un anno dopo, non è partito proprio nulla. Ci sono poi nuovi sviluppi. Nel settembre 2014, la Banca mondiale aveva approvato un prestito di 50 milioni di euro per la bonifica degli ex cantieri navali di Bijela e di due siti di residui minerari vicino a Pljevlja. Si è anche impegnata a sostenere gli studi preliminari in vista della bonifica dei rifiuti industriali del KAP. Ma questi studi segnano il passo. “In tutti questi anni sono stati sprecati tempo e soldi”, ha detto Aleksandar Perovi, direttore della ONG Ozon. La documentazione tecnica per la sanificazione dei bacini KAP doveva essere consegnata alla Banca mondiale a fine giugno 2020, ma “su richiesta delle autorità montenegrine” la data è stata posticipata al 30 giugno 2021, anche a causa dell’epidemia di Covid-19.

Dal ministero assicurano che tutte le gare d’appalto necessarie sono state avviate. Ma la Weg Kolektor potrebbe ostacolare il progetto. Alla tv pubblica, nel settembre 2019, Jevrić ha difeso il suo diritto di proprietà sui fanghi rossi e assicurato che il ministero non gli aveva chiesto nessuna autorizzazione per analizzarne il contenuto. Probabilmente il piano dell’azienda è un altro: rivendere a buon prezzo i bacini allo Stato montenegrino, che si ritrova vincolato dagli impegni presi con la Banca mondiale.

Il nuovo governo del Montenegro, investito nel dicembre 2020, che dice di voler combattere le reti criminali, riuscirà a contrastare il piano di Jevri?

(Traduzione di Luana De Micco)

Articolo Precedente

Serie A. Dai tre match a Sky all’ingresso dei fondi: la rissa tra presidenti che allunga la guerra sui diritti

prev
Articolo Successivo

Arabia Saudita: sulla guerra in Yemen Bin Salman vuol salvare la faccia

next