Loujain Alhathloul è stata in prigione quasi 3 anni per aver difeso il diritto di guidare l’automobile delle donne saudite. Il 10 febbraio, la giovane donna, 31 anni, è stata scarcerata e ha ritrovato la sua famiglia. Ma non è libera. Si trova in libertà condizionale per 3 anni e le è stato vietato di lasciare il Paese per i prossimi cinque. Né può intervenire pubblicamente perché la “State Security”, la polizia segreta di Mohammad bin Salman, MBS, il principe ereditario saudita, le impone il silenzio sugli anni di prigionia. Non può parlare ai giornalisti delle torture e delle violenze sessuali che ha subito. “Lo scopo del regime saudita è di annientarla”, osserva Lina Alhathloul, sorella minore di Loujain, che, insieme ad un’altra sorella, Alia, vive in Belgio.

Lina, il 10 febbraio hai postato sui social l’immagine dell’incontro virtuale tra te e tua sorella Loujain. Che cosa hai provato?

Dapprima, un grande sollievo. Quando Loujain mi ha chiamato in video non credevo ai miei occhi. Ci sono voluti alcuni secondi per capire che era tutto vero. Ma da allora provo anche una profonda angoscia perché so che mia sorella rischia di tornare in prigione in qualsiasi momento.

Quali sono state le sue prime parole?

Per alcuni minuti abbiamo riso così tanto che non siamo riuscite a dire nulla. Poi le ho fatto delle domande banali: “Come stai? Come ti senti?”. Mi ha detto che stava bene e che aveva solo voglia di passare del tempo in famiglia. Ma ho insistito più volte: anche quando era in prigione, e la torturavano, ci diceva che andava tutto bene. Ma per mesi è stata attaccata al sistema di elettrocuzione pronto ad attivarsi non appena avesse parlato delle sue condizioni di detenzione.

Come sta oggi, fisicamente e moralmente?

Ha perso molto peso a causa dei due scioperi della fame che ha fatto. Ma adesso sta meglio. Loujain è una donna forte e resiliente. Non parla spesso delle sue paure. Continua a portare avanti la sua battaglia. Ma dopo tutto quello che ha subito e che continua a subire, psicologicamente è esausta.

Il regime ha imbavagliato tua sorella. Ma tu, parlando con noi e con gli altri media, non corri dei rischi? E non temi di farne correre alla tua famiglia?

Ovviamente corro dei rischi. Abbiamo visto negli ultimi anni che il regime saudita esercita la repressione anche fuori dal Paese e che è pronto a tutto pur di mettere a tacere chi denuncia i suoi crimini. Ma ho deciso di non avere più paura e di parlare. Cerco di soppesare le mie parole, ma di una cosa sono certa: niente è peggio del silenzio. Il nostro silenzio avrebbe potuto uccidere mia sorella. Ovviamente tutto ciò che dico o faccio rappresenta un rischio potenziale per la mia famiglia, costretta a restare in Arabia Saudita.

E tu, correresti dei rischi a tornarci?

Correrei innanzi tutto il rischio di non poterne più uscire. E poi rischierei di andare in prigione. Le accuse rivolte contro Loujain, “essere in contatto con Ong come Amnesty International e giornalisti occidentali”, potrebbero essere rivolte anche contro di me.

Loujain è stata arrestata nel maggio 2015 insieme a altre attiviste alcune settimane prima dell’abolizione della legge che vietava alle donne saudite di guidare. Per mesi aveva combattuto contro questa legge retrograda, pubblicando dei video di sé al volante. È stata arrestata per aver svolto “attività vietate dalla legge antiterrorismo”. L’impegno per i diritti umani e delle donne è considerato terrorismo dallo Stato saudita?

Il tribunale antiterrorismo processa chiunque disturbi il regime. Nelle accuse contro Loujain figurano: il contatto con diplomatici europei, inglesi e olandesi, e con delle ONG, e la partecipazione “a conferenze internazionali per parlare dello status delle donne saudite”. L’hanno accusata anche di essersi candidata a un posto nelle Nazioni Unite. Abbiamo pubblicato la liste delle accuse per intero, in inglese e arabo, sul sito loujainalhathloul.org. Per la prima volta l’Arabia Saudita riconosce che per lei l’attivismo è una forma di terrorismo.

Dobbiamo parlare di dittatura?

Mi si spezza il cuore, ma sì, l’Arabia Saudita è una dittatura. Ed essere femminista in Arabia Saudita è pericoloso. È così da molto tempo.

Qual è l’aspetto dell’emancipazione femminile che spaventa di più?

MBS non ha alcuna legittimità e ritiene quindi che ogni forma di libertà può essere di ostacolo alla sua ascesa al trono. Ogni opinione per lui è sinonimo di dissenso e deve essere repressa. E il femminismo è di gran lunga il movimento che si sta facendo sentire di più in Arabia Saudita, e quindi è il più represso.

Mohammad bin Salman è visto spesso all’estero come un riformatore progressista, per esempio quando ha aperto gli stadi di calcio alle donne. A che punto stanno davvero i diritti delle donne in Arabia Saudita?

Innanzi tutto, di che riforme parliamo? MBS ha autorizzato le donne a guidare, ma è una battaglia che dura da molti anni e per la quale decine di donne hanno pagato un caro prezzo dal 1993. C’è anche il diritto di viaggiare sole, senza previo consenso del tutore. Ma il sistema di tutela imposto alle donne, considerate minorenni per tutta la vita, e obbligate ad avere il consenso del padre, del marito o del figlio, per ogni decisione importante, persiste. E se il tutore decide che viaggiare da sola è una forma di “disobbedienza”, può sporgere denuncia in base alla legge della disobbedienza. La donna viene quindi arrestata e rinchiusa in una care home, che, nei fatti, è una prigione, da cui può uscire solo con il consenso del tutore. La condizione delle donne non è cambiata. L’uomo ha il diritto di veto su tutte le nuove libertà concesse.

Come continuare a lottare per i diritti delle donne senza finire in prigione?

Oggi è impossibile lottare apertamente per i diritti delle donne in Arabia Saudita. Twitter è l’unica piattaforma, insieme a Club House, in cui le donne saudite si possono esprimere sotto pseudonimo. Ma il regime saudita tenta di imbavagliarle anche sui social, insultandole su profili pro-governo.

Sulla scena internazionale c’è un pesante silenzio su tutto ciò che riguarda i diritti umani in Arabia Saudita. Emmanuel Macron ha chiesto più volte la liberazione di tua sorella, senza farne mai un casus belli. Ricordiamo che l’Arabia Saudita è stata nel 2010-2019 il terzo cliente della Francia nella vendita di armi…

Il presidente Macron si è unito al coro di domande di liberazione di mia sorella e gliene siamo grati. È anche vero che la Francia è stata riluttante a firmare le dichiarazioni del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che condannavano l’Arabia Saudita, mentre altri Paesi europei le avevano già firmate. Penso che la Francia possa fare di più. Sulle armi, mi sorprende che l’Arabia Saudita resti uno dei suoi principali clienti. Non è più così per il Belgio, la Germania e il Regno Unito. E di recente è in questo senso che si sono mosse l’Italia e l’amministrazione Usa di Biden. Capisco che sono questioni di politica e di diplomazia. Ma quando un regime imprigiona il primo ministro di un altro Paese (il Libano), o mette l’embargo contro un Paese vicino e alleato (il Qatar), i Paesi alleati non possono agire come se le condizioni non fossero cambiate. La Francia ha il dovere morale di cambiare la sua politica nei confronti dell’Arabia Saudita e di imporle il rispetto dei valori universali come condizione preliminare a ogni scambio.

A febbraio Joe Biden ha pubblicato un rapporto dei servizi segreti Usa che conferma la responsabilità di Mohammad bin Salman nell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Da allora i rapporti tra Washington e Riad si stanno ridimensionando. Sono state adottate sanzioni contro funzionari sauditi. L’arrivo di Biden alla Casa Bianca potrebbe invertire i rapporti di forza?

Certo. MBS era stato protetto dall’amministrazione Trump. Se l’Arabia Saudita ha rilasciato una dozzina di prigionieri politici, tra cui mia sorella, dall’arrivo di Biden, non è un caso.

(Traduzione di Luana De Micco)

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