Oggi abbiamo un tassello in più sulla strage in Val Seriana: il 23 febbraio 2020 non vennero mai chieste ore di lavoro straordinario alla ditta esterna incaricata alle pulizie dell’ospedale di Alzano Lombardo, la Markas. Quella domenica i dipendenti della ditta si occuparono di disinfettare solo la shock room, la stanza in cui sostò il paziente sospetto Covid (F.C., entrato in pronto soccorso alle 11 del mattino), prima del suo trasferimento al Papa Giovanni XXIII di Bergamo alle 14.56.

C’erano tre persone di turno quel pomeriggio. Nessuno chiese loro di sanificare il pronto soccorso e i reparti in cui erano ricoverati i primi due pazienti risultati positivi. A raccontare per la prima volta i dettagli sulla “sanificazione” del “Pesenti Fenaroli” di Alzano è una fonte che quella domenica si occupò personalmente della pulizia dell’ospedale.

“Il 23 febbraio ho lavorato dalle 14.30 alle 17.30 – spiega al Fatto – ci è stato chiesto di sanificare la shock room, dove aveva sostato un paziente sospetto Covid. Abbiamo seguito i protocolli per le malattie infettive e indossato camice, guanti e mascherina. La procedura prevede di usare delle pastiglie di cloro che sciogliamo nell’acqua e con cui disinfettiamo. Ci abbiamo impiegato un’oretta. Non ci hanno chiesto di fare straordinari e in pronto soccorso non siamo riuscite a entrare, perché c’erano persone dentro. C’era un caos totale, dopo le pulizie ci hanno spostato nella chiesetta dell’ospedale, fino a quando alle 18.30 una responsabile ci ha comunicato che potevamo andare a casa. Quel giorno nessuno ci ha fatto il tampone. Il primo tampone mi è stato fatto a maggio, il secondo a settembre, per fortuna il mio test è sempre risultato negativo”.

La sanificazione dell’ospedale di Alzano è uno degli aspetti cruciali su cui sta indagando la Procura di Bergamo. Il direttore generale della Asst Bergamo est, Francesco Locati, e quello sanitario, Roberto Cosentina (responsabili del “Pesenti Fenaroli”) sono indagati per epidemia colposa e per falso, per aver attestato “in atti pubblici fatti non rispondenti al vero” rispetto proprio alla sanificazione e ai tamponi.

Agli atti risulta che il 23 febbraio solo una dozzina di persone sarebbero state testate. In due relazioni trasmesse alla Direzione Generale Welfare di Regione Lombardia l’8 e il 10 aprile 2020, Francesco Locati dichiarava che nel breve lasso di tempo in cui il presidio di Alzano è stato chiuso il 23 febbraio “si è provveduto alla sanificazione degli ambienti con l’adozione di tutte le misure previste dal protocollo vigente specifico per pulizia e sanificazione Covid19” e che sono stati fatti tamponi “a tutti i pazienti, ai contatti stretti e a tutto il personale presente”. Falso, secondo quanto risulterebbe dalle indagini sinora condotte.

Di sanificazione abbiamo parlato anche con una responsabile dell’igiene ospedaliera di Alzano, che preferisce restare anonima: “L’appalto con la Markas è stato avviato il 16 febbraio 2020 – racconta – il protocollo in vigore il 23 febbraio prevedeva che in caso di malattia infettiva si sanificasse l’ambiente di degenza del paziente, ma non quello in cui ha transitato. I protocolli non hanno mai previsto di sanificare anche i percorsi, le sale di attesa, gli ascensori e i corridoi in cui potesse aver transitato il paziente infetto. Non abbiamo mentalità e formazione in tal senso. Il pronto soccorso e la sala d’attesa, gremita di utenti, hanno avuto solo il ripasso della domenica. Così come i reparti di Medicina e Chirurgia, dove c’è stata solo una pulizia ordinaria al mattino, a eccezione della stanza del deceduto (Ernesto Ravelli), che venne sanificata. Col senno di poi è chiaro che il pronto soccorso era da svuotare, chiudere, bisognava sanificare tutto e fare i tamponi. Io posso sanificare un’area sgombra, ma con i pazienti all’interno non è possibile farlo”.

Se è vero, come dice quest’ultima fonte, che il 23 febbraio sarebbero stati applicati ad Alzano i protocolli di sanificazione previsti dal Ministero della Salute, è altrettanto vero che quelle procedure erano inadeguate a contenere la diffusione del contagio. Quale protocollo sanitario può davvero prevedere di disinfettare la stanza in cui un malato infetto è stato ricoverato e non, ad esempio, la radiologia dove è stato sottoposto ad esami diagnostici o l’ascensore che lo ha trasportato in reparto? Quale protocollo potrebbe mai disporre la sanificazione di un intero ospedale in un’ora? Dove si è agito seguendo il principio della massima precauzione, come accaduto a Schiavonia, in Veneto, si chiuse e sanificò tutto l’ospedale e le persone testate furono 700: il focolaio così si spense. Lombardia e Veneto seguivano forse protocolli ministeriali diversi? Di certo c’è che quella maledetta domenica di un anno fa, all’ospedale di Alzano, il pronto soccorso e i reparti non vennero sanificati. Ma la Regione Lombardia ordinò ugualmente di riaprire tutto.

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