“Penso che Matteo Renzi dovrebbe andare a nascondersi per quel che ha detto sul neorinascimento saudita. Gli chiedo con rispetto di vedere il mio film The dissident. Probabilmente, dopo averlo visto, Renzi ripenserà alle sue parole e ai suoi nuovi amici”. Parola di Bryan Fogel, autore e regista del documentario The Dissident. Fogel vive a Los Angeles ed è diventato un regista affermato nel 2018, quando ha vinto l’Oscar per il miglior documentario con Icarus, un docu-film sul doping in Russia. Sette mesi dopo la premiazione, è volato a Istanbul e ha bussato alla porta della fidanzata di Jamal Khashoggi, il giornalista saudita ucciso alla vigilia delle nozze con Hatice Cengiz nel consolato saudita di Istanbul da una squadra appositamente venuta da Riyad. Il documentario di Fogel è in Italia ed è distribuito sulla piattaforma miocinema.com di Lucky Red. Non si trova su Netflix né su Amazon o su altre grandi piattaforme. Abbiamo chiesto a Fogel il perché.

“Sono molto grato a Lucky Red e spero davvero che il pubblico italiano lo guardi. Quel che le maggiori compagnie di streaming globali decidono è fuori dal mio controllo. In realtà la dice lunga sulla paura di queste compagnie di mettersi contro l’Arabia Saudita che sta facendo grandi investimenti nel mercato globale. Per queste compagnie c’è un conflitto di interessi tra la tutela dei diritti umani in un Paese che è, a tutti gli effetti, un regime autoritario, e le opportunità di investire nel Regno Saudita e di ricevere investimenti dal regime.

Nel suo docu-film hanno un ruolo importante sia la fidanzata di Khashoggi, Hatice Cengiz, che Omar Abdul Aziz, un dissidente che vive in Canada in esilio e i cui fratelli e amici sono stati imprigionati. Entrambi rischiano. Come li ha convinti a partecipare al film e ora anche alla sua promozione?

Costruire un rapporto di fiducia con Hatice è stato un processo lungo. Sono andato a Istanbul un mese dopo la morte di Jamal e ci ho passato cinque settimane non certo per filmare o fare interviste. Ho semplicemente costruito con lei un rapporto di fiducia. Volevo fosse certa che io ero lì per aiutarla a raccontare la sua storia e che avrei fatto tutto quel che potevo per aiutarla a ottenere giustizia per Jamal. Abbiamo cominciato a lavorare insieme nel febbraio 2019: la prima volta che lei parlò al Parlamento europeo. Sia Hatice che Omar vanno fieri di questo film, lo hanno sostenuto con forza e si stanno impegnando per la promozione. Speriamo tutti che il film possa davvero portare a un cambiamento reale in Arabia Saudita per tutti gli altri attivisti che combattono per i diritti umani, per chi combatte contro il potere in nome della verità. In fondo il film l’ho fatto per Hatice, per Jamal, per Omar e per tutti quelli che stanno combattendo per lui. I fratelli di Omar e i suoi 23 amici sono ancora oggi in carcere: non sono attivisti, sono stati tirati in mezzo a causa di quello che lui fa.

Il Regime non avrà preso bene il suo film. Anche lei rischia? Andrebbe in Arabia Saudita?

Non sarebbero certo felici di accogliermi. Un viaggio in Arabia Saudita in futuro non è assolutamente nei miei piani e preferisco rimanere in Paesi più civili dove non ti tagliano la testa per aver twittato una cosa ritenuta illecita.

Matteo Renzi, ex premier e leader politico che ha svolto il ruolo di regista nella crisi che ha portato all’attuale governo italiano, è andato a Riyad per la cosiddetta Davos nel deserto. Un forum di imprenditori, politici e pensatori sul futuro del mondo. Fa anche parte del board del FII, l’Istituto creato dal Re saudita che la organizza ogni anno. Il FII Institute lo paga 80.000 dollari all’anno. Sul palco dell’evento del 2021 ha omaggiato il principe Mohamed bin Salman e ha parlato dell’Arabia come un luogo del nuovo rinascimento. Cosa ne pensa?

La mia opinione è che l’idea stessa di Rinascimento italiano si riferisce alla grande produzione di arte e all’espansione della creatività umana nella storia, da Leonardo da Vinci a Machiavelli a Michelangelo, ed è assurdo paragonare quel periodo a un Rinascimento in un Paese barbaro. Renzi dovrebbe andare a nascondersi sotto la sabbia e non uscirne mai più. Ma dico, stai scherzando? Paragoni al Rinascimento, il periodo più elevato delle arti, dell’umanità e della cultura occidentale, a un regime barbaro che fa decapitare ancora tante persone ogni anno e ne detiene migliaia in prigione in violazione dei diritti umani? È chiaro che è stato comprato e pagato ed è altrettanto chiaro che lui debba davvero rivalutare le sue dichiarazioni e rivederle davanti al popolo italiano, perché rappresentano un imbarazzo per se stesso e per l’Italia. Io lo invito, molto educatamente, a guardare The Dissident e poi a ripetere le stesse cose che ha detto sull’Arabia Saudita. Spero che a quel punto comprenderà quello che davvero succede in quel Paese, perché si è fatto chiaramente influenzare dal denaro e da interessi economici e jet privati, invece di guardare a qual è la cosa migliore da fare nell’interesse dell’umanità e dei diritti umani. Se guardasse The Dissident, forse, potrebbe farsi un’opinione completamente diversa dei suoi nuovi amici.

Il film riesce a intrecciare una storia d’amore alla storia della controffensiva su Twitter, realizzata da Omar in accordo con Khashoggi e altri attivisti, alla fabbrica dei troll messa in piedi dal Regime. Quali sono state le difficoltà incontrate nel realizzare una trama così avvincente ma complicata?

Il cinema è un processo creativo e un regista è bravo quanto lo sono i suoi collaboratori creativi. Mi sono servito di un team incredibile di montaggio, artisti visivi e grafici, cineoperatori e grandissimi partner di produzione. Credo fermamente che i documentari debbano avere un grande valore informativo, ma anche una straordinaria qualità cinematografica. Ho cercato di realizzare un thriller di spionaggio, come The Bourne Identity, solo che tutto quel che si vede è successo davvero ed è reale. Mi sono ispirato alla grande cinematografia, a David Fincher, Paul Greengrass, per creare un film che tenga il pubblico inchiodato alla sedia. Per me fare un documentario è fare cinema, non soltanto fare qualcosa che faccia notizia.

Perché un italiano dovrebbe spendere 8 euro per un film documentario sulla storia di Khashoggi?

Se bisogna pagare questa cifra, se non è incluso nell’abbonamento di Amazon o Netflix, è dovuto al fatto che le grandi compagnie hanno avuto paura di questo film. Se gli italiani guardassero il trailer, si farebbero un’idea del tema e anche della qualità cinematografica. The Dissident porta alla luce valori che sono importanti per una società come quella italiana. Ho trascorso molto tempo in Italia e credo che il Paese risponderà bene a questo film. Inoltre l’importo di 8 euro andrà interamente alla Human Right Foundation e aiuterà migliaia di persone nel mondo che soffrono a causa di regimi autoritari. Credo che questo film possa accendere una luce, e quindi spero che il pubblico italiano lo apprezzi almeno quanto quello degli Stati Uniti.

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