Subito dopo le dimissioni di Matteo Renzi, dicembre del 2016, Sergio Mattarella spiegò l’assunto più rilevante: “Le crisi politiche maturano nel tempo”. E quella del governo giallorosa, o Conte II, è iniziata ben prima di quando è iniziata. E il convitato di pietra è finalmente apparso. L’inquilino del Colle e Mario Draghi si sentono spesso. Lo avevano già fatto anche a metà gennaio. E una decina di giorni prima dell’inizio della crisi era arrivata anche la chiamata del fiorentino. Il contenuto non importa, conta quel che è accaduto dopo.

Classe ’47, liceo dai gesuiti, laurea a Roma con Federico Caffè (l’economista più a sinistra tra i più bravi della sua epoca) e specializzazione al Mit di Boston con Franco Modigliani e Robert Solow. Draghi è arrivato al Tesoro nel 1983 come consigliere dell’allora ministro Giovanni Goria (governo Craxi) e del suo maestro Guido Carli. Dopo un breve passaggio alla Banca Mondiale torna in via XX settembre nel 1991: resterà lì come direttore generale per un decennio con tutti gli esecutivi. È stato il padre ideologico della grande stagione delle privatizzazioni – non proprio felici – dei primi anni Novanta, partita simbolicamente con il discorso del 2 giugno 1992 sul panfilo Britannia, ospite di British Invisibles, il gruppo di interessi finanziari della City. A lui sono dovute le riforme del settore del credito, da quella che abolì il divieto di commistione tra banche commerciali e banche d’affari, introdotto in tutto il mondo dopo del 1929 (in Italia lo scrisse Donato Menichella, che lavorò con suo padre Carlo) al testo unico bancario e a quello finanziario. Nel 2002 lascia il ministero e diventa vice chairman a Londra di Goldman Sachs (il lavoro più pagato della sua vita), banca d’affari controparte del ministero nelle aste dei titoli di Stato (la legge sul conflitto d’interessi non esisteva). Lascerà per diventare governatore di Bankitalia nel 2005 e poi della Banca centrale europea (2011).

L’apparente doppiezza del personaggio, catalogato nel tempo come servitore dello Stato o infiltrato dei poteri forti della grande finanza internazionale, Keynesiano e fervente liberista, furono riassunti nella definizione regalata dal Financial Times: “L’enigma Draghi”. I nei in una carriera che, a 74 anni, lo hanno consegnato come uno degli uomini più potenti d’Europa, d’Italia senz’altro – anche grazie al whatever it takes che nel luglio 2012 salvò l’euro – non sono mancati. Il più rilevante, il disastro del Montepaschi. Il 17 marzo 2008 da governatore autorizzò l’istituto guidato da Giuseppe Mussari nella sgangherata operazione di acquisto di Antonveneta, strapagandola: “Non risulta in contrasto con il principio della sana e prudente gestione”. Eppure Bankitalia sapeva che Mussari stava suicidando il Monte perché pochi mesi prima, dicembre 2006, aveva concluso con toni severi un’ispezione nella banca padovana, disastri di ogni genere.

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