Appena due giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca come presidente degli Stati Uniti, Barack Obama firmava, il 22 gennaio 2009, il decreto n.13492 (l’“executive order”) che ordinava la chiusura del “centro di detenzione” di Guantanamo Bay precisando che si sarebbe dovuto fare “appena possibile”. Inaugurato l’11 gennaio 2002, il carcere ha oggi vent’anni di vita. Vi sono detenute ancora 40 persone, 15 delle quali dall’anno della sua apertura. Dal 2002 vi hanno transitato 780 detenuti. Diventata il simbolo dello stato di non-diritto e della tortura, la prigione di Guantanamo è una vergogna per gli Stati Uniti.

Donald Trump ne ha preso regolarmente le difese. Dopo aver affermato che “la tortura funziona”, l’ex presidente Usa aveva promesso di “riempirla” di nuovo di “cattivi soggetti”. Cosa che poi non ha mai fatto. Il nuovo presidente Joe Biden non firmerà alcun decreto presidenziale al riguardo. Non ha promesso di chiudere Guantanamo appena possibile. Durante la campagna elettorale, l’ex vice presidente di Obama ha affermato che la prigione “mina la sicurezza nazionale americana alimentando il reclutamento di terroristi ed è in contraddizione con i nostri valori”. Biden è dunque favorevole alla chiusura di Guantanamo, ma non si è esposto e ha evitato di dire quando e come. “Non si potrà fare senza il Congresso”, ha poi aggiunto il neo presidente, che possiede la maggioranza nelle due Camere del Congresso. Persone del suo entourage hanno riferito al New York Times che la promessa di Obama non sarebbe stata reiterata, promessa del resto mai mantenuta, e che bisognava agire in modo diverso, di sicuro più discreto. In effetti, il Congresso, con il sostegno di una maggioranza di responsabili democratici, ha bloccato regolarmente e per otto anni tutte le iniziative avanzate da Barack Obama per ottenere la chiusura del carcere. Malgrado la ferma determinazione di Obama, rimasta tale fino agli ultimi giorni della sua presidenza, dei parlamentari democratici si sono regolarmente schierati al fianco dei repubblicani per permettere alla prigione di Guantanamo di restare aperta. Joe Biden potrà modificare l’equazione politica?

Per il neo presidente, Guantanamo rappresenta dunque un test importante, tanto più che questa prigione è un’onta per gli Stati Uniti e lo è sempre di più. Sin dalla sua creazione, Guantanamo rappresenta per gli Usa uno scandalo tanto sul piano umanitario che giuridico. È stata aperta calpestando tutti i regolamenti e le leggi internazionali, dalle Convenzioni di Ginevra ai diversi trattati, ed è stata organizzata come un prolungamento della rete di prigioni segrete della Cia, dove si praticava massivamente la tortura. Nel corso del tempo, il carcere di Guantanamo è diventato anche uno scandalo sul piano finanziario e amministrativo. Il suo funzionamento mobilita 1.500 persone (tra militari, personale amministrativo e legale, medici, ecc.) e costa più di 500 milioni di dollari all’anno, per soli 40 detenuti (13 milioni di dollari a detenuto). Dopo vent’anni, dovrebbero essere investiti centinaia di milioni di dollari per effettuare dei lavori di ristrutturazione. Tutti questi elementi basteranno per spingere l’amministrazione Biden e i democratici a “mettere fine una volta per tutte” a Guantanamo? È quanto si chiede Amnesty International, che l’11 gennaio scorso ha pubblicato un rapporto approfondito che evidenzia le violazioni dei diritti umani in corso a Guantanamo. Amnesty ricorda il discorso tenuto da Biden, il 7 febbraio 2009, alla Conferenza annuale sulla sicurezza di Monaco di Baviera: “L’America rifiuta la tortura. Chiuderemo il centro di detenzione di Guantanamo Bay. Ai nostri amici diciamo che le alleanze, i trattati e le organizzazioni internazionali che costruiamo devono essere credibili ed efficaci”. Eppure, due anni fa, a fine 2018, il Pentagono ha ordinato alla direzione della prigione di pianificare le sue operazioni per i prossimi venticinque anni. Ovvero fino al 2043! A quel punto il prigioniero più anziano avrà 96 anni, se sarà ancora vivo, mentre il più giovane 62.

Oltre a convincere i democratici, Joe Biden dovrà affrontare anche la reticenza dei militari e della Cia. Chiudere Guantanamo significa che la sorte dei 40 prigionieri sarà decisa passando per delle procedure giudiziarie ordinarie e non per le “commissioni militari”, i tribunali eccezionali creati a Guantanamo. Ma da anni è evidente che una procedura “normale” è impossibile. Essa rivelerebbe gli abusi e le torture subìte dai detenuti e porterebbe all’apertura di procedimenti giudiziari contro i loro autori: non solo l’ex presidente George Bush, il suo vice Dick Cheney, il suo segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e un intero battaglione di giuristi che hanno organizzato la tortura, ma anche centinaia di ufficiali e soldati che hanno messo in pratica i “nuovi metodi rinforzati di interrogatorio”.

La giurista Sharon Weill, autrice di uno studio importante sulla giustizia a Guantanamo, sentita alcuni mesi fa da Mediapart, ha insistito su questo punto: “È proprio la questione della tortura e della protezione di chi l’ha praticata a intralciare il funzionamento delle commissioni militari. Tutto è stato fatto per evitare la pubblicazione di informazioni relative alle torture praticate dalla Cia”, sostiene Sharon Weill. Nel suo recente rapporto Amnesty International traccia il seguente quadro della situazione: i 40 prigionieri di Guantanamo sono detenuti in questa base da almeno dodici anni. Più della metà sono passati per le prigioni segrete della Cia.

Sei sono classificati come “trasferibili”, possono cioè essere liberati e trasferiti in un altro paese, ma nessuno di loro lo è stato (e uno è “trasferibile” dal 2010). Finora solo un detenuto è stato condannato dalle commissioni militari e sta scontando l’ergastolo. Altri otto sono incriminati, ma il loro processo è ancora nella fase dell’“udienza preliminare”. Infine, venticinque detenuti non sono né incriminati né giudicati, ma restano detenuti perché considerati “altamente pericolosi” (“high value detainee”), secondo i servizi segreti e il ministero della Difesa.

Nel caso, arrivato davanti alla Corte Suprema, di Moath al-Alwi – uno yemenita accusato di essere stato la guardia del corpo di Osama Bin Laden e trasferito a Guantanamo nel 2002 –, i legali dei dipartimenti della Giustizia e della Difesa avevano persino sostenuto che la detenzione a vita, senza né incriminazione né processo, era giustificata dal momento che persiste un contesto di guerra al terrorismo in Afghanistan e Iraq. A causa della pandemia di Covid-19, gran parte dei lavori delle commissioni militari hanno subito una battuta d’arresto. Così il processo di Khalid Cheikh Mohammed, presunto organizzatore degli attentati dell’11 settembre, e di quattro dei suoi complici, è stato ancora una volta rinviato. Dopo una procedura lunga sette anni, si sarebbe dovuto tenere il mese prossimo. Nella migliore delle ipotesi si terrà invece dopo il settembre 2021, ha fatto sapere il giudice militare incaricato del caso. Oltre a proteggere gli organizzatori e gli autori della tortura, Guantanamo non ha quindi raggiunto nessuno dei suoi obiettivi, a cominciare dal primo: “giudicare e punire i terroristi”, come diceva George Bush. Ai cittadini americani è stato negato dunque un grande processo pubblico del “9/11”, ha spiegato Human Rights First, mentre “tribunali federali ordinari hanno condannato dall’11 settembre quasi 500 terroristi”. Guantanamo è sinonimo di “detenzioni inesorabilmente legate a molteplici livelli di condotta illegale da parte del governo nel corso degli anni: trasferimenti segreti, interrogatori segreti, alimentazione forzata per chi era in sciopero della fame, torture, sparizioni forzate e assenza totale di rispetto della legalità”, spiega Daphne Eviatar, una delle responsabili di Amnesty International negli Stati Uniti. Ecco una lista non esaustiva di motivi che dovrebbero rendere prioritaria per l’amministrazione Biden la chiusura di Guantanamo.

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