Un dibattito su quale dovrebbe essere il rapporto tra politica e magistratura non può non affrontare il tema dei magistrati che entrano in politica. E non c’è luogo migliore di Napoli per prendere di petto l’argomento. Un ex pm, Luigi de Magistris, ne è sindaco da dieci anni. Un pm, Catello Maresca, un curriculum di riguardo alla Dda di Napoli e ora sostituto procuratore generale di Napoli, è il candidato sindaco in pectore del centrodestra per il voto di giugno. Due storie importanti. Due storie diverse. Molto diverse, come de Magistris sottolinea in questa intervista.

De Magistris, che ne pensa della candidatura del sostituto pg Maresca a sindaco di Napoli?
Vorrei in premessa chiarire che le mie riflessioni non sono condizionate da valutazioni di natura politica, ricordando che con Catello ho sempre intrattenuto buoni e cordiali rapporti. Però la sua candidatura riguarda la questione dei rapporti tra magistratura e politica e sono davvero sorpreso in negativo di quel che sto vedendo.

Cosa la sorprende?
Ci troviamo di un fronte a un magistrato che sta facendo attività inquirente e che contestualmente fa campagna elettorale nella città in cui esercita le funzioni. Da ex magistrato che proviene da una famiglia di magistrati e che ha nel sangue i canoni deontologici dell’ordine giudiziario, questa cosa la reputo inqualificabile.

Per quale ragione?
È facilmente intuibile che la sua apparenza di indipendenza è totalmente inquinata. E al contrario del giudice che lavora su processi e persone facilmente identificabili e con meccanismi trasparenti, chi svolge uffici di procura ha un faro sulla città, accede a informazioni riservate attinte da un lavoro particolarmente delicato, poi incontra delle persone per preparare la sua candidatura e può nascere il sospetto che queste informazioni ne condizionino gli incontri. E questo prescinde dalla figura di Maresca, che può essere il migliore pm del mondo, ma è un tema che investe la magistratura che in questo momento non riesce a porre un argine a una condotta peraltro poco trasparente.

In che senso, poco trasparente?
Maresca non ha detto con chiarezza che è candidato. Però sappiamo tutti che sta discutendo con leader politici e sta facendo incontri elettorali con consiglieri comunali, avvocati, imprenditori, società civile. Sinceramente è una cosa molto triste. Non per Maresca, ma per la magistratura: si sta scavando un solco profondo tra la città e l’immagine della magistratura che non è in grado di prendere le distanze da quel che sta accadendo e stigmatizzarlo.

Anche lei però entrò in politica da magistrato: era giudice del Riesame di Napoli quando si candidò e fu eletto al Parlamento europeo per Italia dei Valori. Che differenza c’è tra il suo caso e quello di Maresca?
Sono incomparabili. Assolutamente. La mia non fu una scelta spontanea: fui fermato nella mia attività di magistrato, da pm a Catanzaro mi furono sottratte inchieste importanti e se non fossi stato fermato sarei rimasto in magistratura tutta la vita e non avrei fatto politica. Fui trasferito a Napoli, al Riesame, dal settembre 2008 al marzo 2009. Poi presi l’aspettativa per candidarmi al Parlamento europeo e non a sindaco del luogo dove facevo il pm. E poi in autunno mi dimisi dalla magistratura con una lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Facendo esattamente il contrario di quello che fanno quasi tutti i miei colleghi: solo io e Di Pietro ci siamo dimessi, rinunciando a un lavoro sicuro, a una pensione, alle garanzie che la politica, che può durare solo un battito d’ali, non ti dà.

Che riflessione ha maturato dalla sua esperienza?
La convinzione che un magistrato entrato in politica non possa più tornare in magistratura a fine mandato.

Ma così si violerebbe il diritto costituzionale dei magistrati di partecipare alla vita politica.
Non ho detto che un giudice o un pm a fine mandato politico debba rimanere disoccupato. Ma bisogna trovare un meccanismo che li ricollochi in altre impieghi al servizio dello Stato. Un magistrato che si schiera fa una scelta troppo rilevante sotto il profilo dell’indipendenza e dell’autonomia, vale anche per il magistrato più autonomo e indipendente: apparirà sempre come un magistrato schierato.

Quindi leggi, norme e sentenze di Cassazione che regolano la partecipazione dei magistrati alla politica andrebbero riscritte?
Sì, non sono adeguate. Vanno riviste, ma non in maniera punitiva per i magistrati e i loro diritti costituzionali. Partendo dal principio che un magistrato che sceglie di fare attività parlamentare o politica non debba più tornare a fare il magistrato, non è sufficiente trasferirlo a un’altra funzione o in un altro territorio. E parto da un esempio personale, se posso.

Prego.
Uno dei miei tanti accusatori disciplinari al Csm era un sostituto Pg di Cassazione che prima era stato presidente della Regione Marche (Vito D’Ambrosio, ndr) che aveva avuto rapporti politici con alcuni dei miei indagati. Era il tipico caso di un magistrato reduce da un’esperienza politica che poteva farlo apparire non autonomo e indipendente agli occhi dell’accusato.

Lei invoca modifiche legislative nei rapporti tra politica e magistratura che il Parlamento finora non ha approntato.
Forse perché i rapporti molto stretti e non sempre trasparenti tra politica e magistratura ci sono ancora. La politica dovrebbe essere libera di affrontare la questione e la magistratura di accettare provvedimenti che vadano nella direzione di un rafforzamento della sua indipendenza.

L’Anm ha invitato Maresca a chiarire al più presto le sue intenzioni. È sufficiente?
Sarebbe doveroso. Apro una parentesi sull’Anm, che con la presidenza Palamara (2008, ndr) fu sodale di quell’operazione scellerata che portò al mio trasferimento punitivo e a quello dei pm di Salerno Nuzzi, Verasani e alla sospensione del procuratore capo di Salerno Apicella, affermando che il sistema “aveva prodotto gli anticorpi”. Da quella Anm mi dimisi, mi fece vergognare di farne parte. Nella vicenda Maresca, non solo l’Anm ma anche il Csm e la Procura generale di Napoli dovrebbero però fare qualcosa di più (a Giustizia di Fatto risulta che il Pg di Napoli, Luigi Riello, abbia trasmesso gli articoli sulla candidatura di Maresca al Csm e al ministro di Giustizia, ndr). A tutela dell’immagine della magistratura e della credibilità dello stesso Maresca, che è un magistrato noto, apprezzato per il suo impegno anticamorra e per il lavoro svolto, le indagini importanti e le catture eccellenti che ha svolto e portato a termine. Non si può consentire tutto questo, in un momento in cui la credibilità della magistratura è al momento più basso della sua storia.

Ovviamente si riferisce al caso Palamara. È passato più di un anno dalla rivelazione degli incontri all’Hotel Champagne tra membri del Csm, capi corrente di magistratura e parlamentari, per discutere della nomina del nuovo procuratore capo di Roma. Da allora è cambiato qualcosa nei rapporti tra politica e magistratura?
La magistratura, tra l’avvio di procedimenti disciplinari e penali per chi partecipò a quegli incontri, non ha più potuto fare finta di niente. Ma non vedo cambiamenti profondi. Commissioni e cointeressenze opache continuano a convivere in un sistema di correnti sempre molto forte. Lo si vede nei provvedimenti di organizzazione interna alla magistratura che mi lasciano sconcertato. E meno male che il trojan sul cellulare di Palamara rimase acceso appena 27 giorni… e comunque facciamo prima a dire i magistrati che non stavano in quelle intercettazioni… Palamara era solo la punta di un iceberg, si è difeso dicendo di aver fatto parte di “un sistema”. Il “sistema degli anticorpi”, aggiungerei, che ha operato per una dozzina d’anni e che lascia le persone oneste sconcertate.

La storia della candidatura di Maresca a sindaco di Napoli non pare molto diversa da quella di Michele Emiliano a sindaco di Bari: anche lui nel 2004 scese in campo dopo otto anni da pm nella Dda di Bari. Secondo lei ci sono più differenze o analogie?
Non ho ricordi precisi di quel percorso, se fu caratterizzato da una aspettativa presa molto tempo prima oppure no. Quindi non vorrei fare gaffe. Vorrei solo ribadire il principio generale della mia contrarietà a un magistrato di Procura che immediatamente, senza soluzione di continuità, lascia la toga per candidarsi a sindaco della città dove sta lavorando.

E se lei si candidasse a presidente della Regione Calabria, ipotesi che è sul tavolo della politica calabrese? È stato pm a Catanzaro e qualcuno potrebbe ribattere che dovrebbe valere anche per lei il principio di inopportunità per chi si candida nei luoghi in cui ha avuto accesso a informazioni riservate.
La mia eventuale candidatura per ora è solo un’ipotesi, seppur concreta. Non vi è nessuna inopportunità nel mio caso, ci mancherebbe altro. Ho svolto le funzioni di pm in Calabria sino al 2008, non sono più magistrato dal 2009, non ci sono più informazioni coperte da segreto. Semmai quella durissima e straordinaria esperienza mi potrà essere utile, come lo è stato a Napoli, per spezzare il rapporto tra politica e criminalità organizzata.