Nel percorso a ostacoli di questo Governo, la vicenda riforma dello sport sembra essere una perfetta “cattiva pratica”.

Dalle ceneri pesanti della riforma voluta da Giorgetti, ossia quella che ha svuotato il Coni di soldi, personale e poteri, creando Sport e Salute, si è arrivati a un tentativo di equilibrio da parte del ministro Vincenzo Spadafora. L’oggetto del contendere è grosso, grossissimo direi: il controllo e la gestione di un “affaruccio” che in Italia vale quasi il 3% del Pil e che si chiama appunto sport, in tutte le sue forme. Tentando un’ardita semplificazione, si potrebbe dire che da un lato c’è il vecchio mondo sportivo, di stampo simil-feudale, ma capace nonostante i suoi limiti di portare l’Italia tra le super potenze delle medaglie. Dall’altra uno Stato che dal totale disinteresse, mancanza di esercizio di vigilanza e piena complicità nella gestione autoreferenziale dello sport, un giorno si sveglia e si riprende tutto. Piuttosto maldestramente, visto che si arriva a una situazione di stallo totale sia sulla governance (leggi “chi deve comandare, con quali poteri e quali soldi”), sia sulla corsa organizzativa dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina, dove pesa il tira e molla sul concedere o meno compatibilità di funzioni e ruoli al Presidente del Coni.

In questo scenario un po’ alla Fantozzi e un po’ alla Robespierre, le Commissioni di Camera e Senato si trovano a discutere in queste ore quanto ancora tra Pd e 5Stelle, sulla Riforma Spadafora, può essere occasione di un accordo. Ed ecco quindi ipotesi dove molte delle denunce che Assist fa dal 3 marzo del 2000 prendono forma. Nei testi del ministro, per citare alcuni punti rilevanti, si parla finalmente di “lavoro sportivo”, si abolisce il “vincolo” ossia una sorta di proprietà dell’atleta da parte del club. Una proprietà illegittima e incostituzionale per molti e che è ancora, in barba proprio ai regolamenti sportivi, oggetto di compravendite tipo mercato delle vacche.

Nei testi in discussione non solo questo, ma altre questioni utili a dare allo sport una veste più moderna, più competente, più inclusiva. E si trova anche una (tardiva) voglia di parità di genere e di nominare la questione, sempre troppo sottaciuta, degli abusi e delle molestie nello sport. Tutte buone notizie, in teoria, ma nella pratica tante troppe falle, figlie, ahinoi, di ataviche resistenze.

Per quanto riguarda il lavoro sportivo, ad esempio, l’elefante sembra poter partorire solo un topolino: se passerà la legge, a decidere se sei una atleta o un atleta professionista e quindi un lavoratore, sono e saranno ancora i datori di lavoro, ossia le Federazioni Sportive. In pratica, a differenza di quanto chiediamo con Assist da 20 anni e che nel “mondo normale” è addirittura ovvia banalità, non è la natura della prestazione (ossia ciò che fai) a definire la attività, identificandola come lavorativa o come amatoriale, bensì il volere di chi ti paga. Sostanzialmente è come se si affidasse a Confindustria il compito di decidere chi in una fabbrica è un lavoratore e chi invece no. Un’assurdità presente nella legge 91 del 1981 e che questa riforma avrebbe dovuto scardinare senza appello. Invece siamo ancora lì. Con un’aggravante: in un emendamento alla legge di bilancio è stato trovato qualche milione di euro per consentire a chi farà il “nobile gesto” di far passare un’atleta dallo status di lavoratrice sommersa a quello di professionista, di avere sgravi contributivi. Sembra un buon incentivo, in realtà finirà per agevolare solo grandissimi club, verosimilmente del calcio maschile. Per le tante atlete che dovessero avere la fortuna di appartenere a una Federazione che riconoscerà lo sport professionistico (che con la nuova legge riguarderebbe indistintamente, vivaddiio, entrambi i generi) sarà tuttavia difficile immaginare un futuro di tutele, visto che se resti dilettante costerai meno al datore di lavoro e sarai meno tutelata.

Un altro punto dolente, esposto da Assist in audizione, riguarda l’abuso che in Italia facciamo dei gruppi sportivi militari. Non c’è un solo Azzurro a Azzurra medagliata agli ultimi Giochi Olimpici invernali che non appartenga ai corpi militari. Una schiera ormai enorme di atleti e atlete degli sport individuali trova assunzioni, tutele, tredicesima e quattordicesima, tutela della maternità e pensione in un unico posto: lo sport in divisa. Un’anomalia tutta italiana che costa circa 36 milioni di euro di soldi pubblici e che ora, per parità doverosa, includerà anche gli atleti e le atlete paralimpici. In pratica lo Stato italiano ha scelto di istituzionalizzare un’eccezione: ha scelto la militarizzazione dello sport individuale italiano e forse, a breve, anche quello dello sport di squadra. Carabinieri, finanzieri, donne e uomini dell’Esercito, della Polizia Penitenziaria, della Polizia di Stato, tutti e tutte accolti nell’unico vero sistema di tutele che lo Sport italiano è capace di offrire ai suoi talenti. Per noi di Assist una “distorsione di comodo”, un escamotage che depaupera le associazioni sportive dilettantistiche e costringe a una gara fratricida i pochi fortunati a caccia di un contratto, una stabilità, un futuro tutelato.

Con presupposti simili, Assist è arrivata alle audizioni di Camera e Senato con la convinzione non solo di aver molto da dire, ma che sarebbe stato prezioso ascoltare e creare alleanze. E invece, mi dispiace molto dirlo, abbiamo assistito, tranne rare eccezioni, e soprattutto sulle questioni che riguardano i diritti delle atlete e degli atleti, a difese corporative e deferenza assoluta. Il luogo istituzionale delle Commissioni, prezioso proprio per migliorare i testi, ci è sembrato la solita sterile passerella di poteri consolidati e reti da rinsaldare. Non una voce che abbia contestato la gravità di riproporre un modello che da 40 anni si arrocca su posizioni anacronistiche e che impedisce, a uomini e donne che si allenano per 365 giorni all’anno anche 6-7 ore al giorno (e per questo percepiscono un compenso), di avere tutele doverose.

Non una voce che dica che è intollerabile non avere strumenti di trasparenza nella gestione dei soldi pubblici da parte delle Federazioni Sportive Nazionali. Cosa che ovviamente ci impedisce di contrastare le differenze di trattamento tra uomini e donne di cui siamo messi continuamente a conoscenza. Nella nostra audizione abbiamo chiesto, ad esempio, se è possibile avere uno strumento che ci consenta di verificare se è vero che nella pallamano la Federazione paghi l’allenatore della Nazionale maschile 90.000 euro e l’allenatrice della nazionale femminile 7.500. Abbiamo chiesto come possiamo fare ad accertare se è vero che in alcune Federazioni l’ultimo arrivato nelle Nazionali maschili percepisce la stessa borsa di studio annuale che prende la più titolata della Nazionale femminile. E ci siamo chiesti se non sia indecente che una atleta “finta dilettante” possa essere mandata a casa con tanti saluti e nulla più, se durante la sua stagione sportiva dovesse essere incinta.

Ecco, in questa palude si sta muovendo la discussione delle tante realtà che pure sono protagoniste dello sport italiano. Rilevando ancora una volta come i sistemi elettivi, i giochetti di cooptazione, la vergogna delle multi-deleghe quando si votano presidenti e responsabili di ruoli apicali, e anche una bella dose di comuni interessi, stia di nuovo impallando tutto.

La speranza? La speranza ha il volto di una donna che ha vinto due ori olimpici e che si candida alla Presidenza del Coni sapendo che a votarla dovranno essere 44 presidenti di Federazioni Sportive Nazionali. Tutti uomini. Un’utopia, quindi? No, una strada precisa verso un futuro che non può non arrivare. Un’accelerazione verso un modo moderno e non più monogenere di vivere il diritto alla pratica sportiva nella società e nelle palestre. Antonella Bellutti, oro a Sydney e ad Atlanta nel ciclismo su pista, ha l’intelligenza di non porsi solo come competitor di Malagò, cui va riconosciuto l’amore per lo sport e il grande rispetto per gli atleti e le atlete d’Italia, ma come uno sguardo nuovo che dovrebbe appartenere a ogni manager e ogni atleta dello sport italiano del futuro. Di certo, in queste audizioni sulla Riforma dello Sport una cosa l’abbiamo ricavata: serve proprio la forza, il coraggio e la dirompenza di una donna come Bellutti. Starà ai presidenti decidere da quale parte dell’orologio stare. Perché tanto… è solo questione di tempo.

* Presidente Assist Ass. Naz. Atlete. Progetto Better Place Communis srl

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