La notizia è passata un po’ in sordina, eppure illumina meglio di tanti dibattiti la retorica vuota che circonda il Recovery fund e la sua “pioggia di miliardi” per l’Italia. Da mesi grande stampa e commentatori martellano con il mantra che è l’occasione da non sprecare: bisogna “spendere bene” questi soldi. Eppure questo discorso non vale per le grandi opere.

Nei giorni scorsi la Commissione Trasporti della Camera ha approvato all’unanimità (tranne i 5Stelle, che sono usciti dall’aula) il contratto di programma del Tav Torino-Lione. Il testo è essenziale per proseguire l’opera e definisce il perimetro giuridico-amministrativo di ruoli, responsabilità e impegni dei soggetti coinvolti: le Fs, il ministero dei Trasporti e Telt, la società italo-francese incaricata di costruire l’opera.

Nelle audizioni sono emersi una valanga di nodi critici: la ministra De Micheli ha ammesso che i lavori sono in ritardo e l’opera sarà conclusa forse nel 2032 (non 2029); l’ad delle Fs Gianfranco Battisti ha spiegato che dei fondi stanziati per il tunnel di base, l’82% è stato messo dall’Italia (il tunnel, peraltro, è per due terzi è a carico dell’Italia, anche se per due terzi è Oltralpe); l’Authority dei Trasporti ha lanciato l’allarme visto che Telt è di diritto francese e qualsiasi contenzioso riguardo allo sfruttamento dell’opera sarà materia dei giudici transalpini (“uno schema sbilanciato a sfavore dell’Italia”). Nei mesi scorsi la Corte dei conti Ue ha stroncato l’opera: costi saliti nel tempo; ritardi; benefici ambientali nulli o negativi per almeno 50 anni; stime di traffico gonfiate e inattendibili; sostenibilità economica assente.

Tutto questo non importa, il Tav proseguirà imperterrito, anche perché il contratto serve a negoziare con Bruxelles l’aumento – ma per ora è solo un annuncio – dei fondi Ue fino al 55% dei costi. Maggioranza e opposizione hanno gridato all’“autolesionismo” del M5S, come se l’aumento dei fondi Ue fosse un regalo. Nel Recovery Plan italiano c’è molta Alta Velocità ferroviaria (dalla Napoli-Bari a quella siciliana). Quello per le grandi opere è un culto laico che resiste al tempo. E che il Recovery forse non scalfirà neppure.

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