Galeotto è stato stato un articolo di una nota rivista patinata per uomini, che spiegava quali fossero le sette cose da non fare con le tette di una donna, tra cui non usarle come pulsanti, evitare di pizzicare i capezzoli, smettere di battezzarle chiamandole con un nome. Leggendolo, Ilena Ilardo, giovane editor che lavora a Londra per una rivista finanziaria, ma anche sceneggiatrice e produttrice, capisce che quel goffo servizio evidenzia la distorsione principale quando si parla di tette: ovvero discuterne come se fossero oggetti fruibili, funzionali, ad uso di qualcuno. Quella intuizione è diventata oggi una rivista, “Megazinne” (@megazinnerivista), definito un “magazine digitale sulle tette nella cultura pop”. Disseminata, non a caso, di tette di ogni tipo, la rivista alterna testo, foto di artisti emergenti e illustrazioni, a cura della graphic designer Giulia Vigna di Gomma Studio. “Per quanto sia importante discutere di bond, a un certo punto ho pensato che volevo applicare le mie competenze per qualcosa di diverso”, racconta Ilena Ilardo. “E questo qualcosa erano appunto le tette, un modo per parlare del corpo femminile e di come viene percepito dai media, facendolo in maniera ironica e seria al tempo stesso”.

Ma, di nuovo, perché proprio il seno? Perché, si legge sull’‘e-zine’, “è sul territorio tette che è in atto un guerra. Le tette sono un po’ come un po’ il Vietnam della lotta tra i sessi”, il luogo dove due o più fazioni si scontrano a livello ideologico, che siano i conservatori religiosi, “oppure un certo tipo di femminismo dove si crede che alla donna sia concesso tutto come ricompensa per secoli di abuso”, oppure ancora chi le considera un’invenzione per soddisfare esigenze sessuali o le mercifica. Insomma, il corpo femminile viene iper-regolamentato o iper-sessualizzato, in entrambi casi “è un campo di battaglia”.

E continua a esserlo quando viene colpito da un tumore, devastante proprio perché le donne sono abituate a vedersi identificate con il loro seno da una società che ne fa un oggetto di seduzione per gli altri o funzionale all’acquisto. “Sono dappertutto le tette: in tv, sulle pubblicità, sui quotidiani e riviste, dovunque. Poppe finte e poppe vere, che servono per vendere e per comprare. Non ci si pensa mai finché: via tutto”, scrive sulla rivista Giovanna Franchi, responsabile del Servizio di Psiconcologia della ISPRO-LILT di Firenze, a cui la rivista ha devoluto ogni euro incassato, finora ben 8.000 (si scarica sul sito www.megazinne.it in cambio di una donazione, ma è disponibile anche in forma cartacea, in collaborazione con lo studio @4graph).

Che cosa vorrebbero, dunque, le tette? Semplicemente, essere lasciate vivere, che siano vere o finte, tra l’altro, non cambia nulla. Invece “per la maggior parte della loro vita adulta si sentono come un paio di orecchie, o un paio di pesche, o due buste di plastica, a seconda dell’età e della fortuna che una ha avuto nella vita”. Eppure non sono appendici staccate dal corpo, ma parte di un corpo e per questo andrebbero rispettate. Le tette dovrebbero essere libere di mostrarsi in topless, cosa che avviene sempre meno, oppure mostrate in pubblico quando si allatta. Da questo punto di vista, spiega sempre Ilena Ilardo, “l’eredità del berlusconismo è devastante, perché ci ha lasciato la convinzione che vestirsi in maniera provocante è solo qualcosa da fare per l’uomo. Dico per provocazione che se fosse stato tolto da un contenitore usato per vendere, così come dall’idea che essere seduttive è sempre per un uomo, il siparietto sulla Rai della spesa sexy sarebbe stato anche divertente”.

Ma i censori sono dove meno te li aspetti: non a caso la rivista lancia una polemica contro i social network come Instagram, dove il capezzolo è bandito, “contribuendo alla percezione delle tette come entità troppo provocanti e facendole rimanere nel reame del proibito e del perverso”. Divieto che, tra l’altro, non impedisce le molestie virtuali. E così su “Megazinne” il social di Zuckerberg diventa oggetto di satira proprio come un tempo i democristiani bacchettoni: “Sotto un burqa di Pixel nascondo la mia tetta, così che Instagram non possa far calare su di me la sua vendetta. Ma contro le tette Instagram hai già perso, sono loro che tengono insieme l’universo”.

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