Ricostruendo i drammatici giorni della scomparsa di Giulio Regeni, l’ex ambasciatore italiano al Cairo, Maurizio Massari, lo dice chiaramente: “Di tutte queste azioni (parla di fatti avvenuti tra il 25 e il 27 gennaio 2016, ndr) dello stato della situazione, ho tenuto costantemente informate le nostre autorità a Roma, in particolare la Farnesina e la Presidenza del Consiglio”. Eppure Matteo Renzi – che mentre scoppia il caso è premier – martedì durante la sua audizione alla Commissione d’inchiesta Regeni ha sostenuto di non aver saputo nulla fino al 31 gennaio di quell’anno. Sei giorni nei quali Massari si attivava, parlava con ministri egiziani e andava pure a depositare una denuncia. “Se avessimo saputo prima del 31 gennaio, avremmo potuto agire prima sicuramente”, ha detto Renzi.

Un’affermazione talmente abnorme che la Farnesina ha diramato una nota per smentirlo, sia pure in maniera implicita: “La Farnesina precisa che le Istituzioni governative italiane e i nostri servizi di sicurezza furono informati sin dalle prime ore successive alla scomparsa di Giulio il 25 gennaio 2016. Il ministero degli Esteri ricorda inoltre che tutti i passi svolti con le più alte Autorità egiziane sono stati ampiamente documentati e resi noti alle Istituzioni competenti a Roma dall’Ambasciatore Massari nelle sue funzioni di Ambasciatore d’Italia al Cairo”. La domanda quindi è: possibile che con tutti i funzionari informati, tra Farnesina e Palazzo Chigi, oltre ai servizi segreti, nessuno abbia detto nulla a Renzi (come lui peraltro sostiene)?

Fonti vicine al dossier, sentite dal Fatto, spiegano che già il 25 gennaio, quando viene a sapere della scomparsa di Regeni, Massari attiva i canali d’informazione interni alla sede diplomatica. Nello specifico, il “responsabile dell’intelligence (Aise) e del ministero dell’Interno presenti in ambasciata”. Ma informa direttamente anche la Farnesina e la Presidenza del Consiglio. Magari non direttamente il premier, ma di certo il suo consigliere diplomatico, Armando Varricchio (oggi ambasciatore negli Usa).

Cosa sia avvenuto in quei giorni lo ha ricostruito Massari in Commissione: viene informato il 25 gennaio della scomparsa di Regeni “con una telefonata alle 23.21 del professor Gennaro Gervasio, professore di economia presso l’Università britannica del Cairo, con il quale Giulio aveva appuntamento quella sera stessa”. Il giorno dopo, il 26, Massari interessa ufficialmente della questione, tramite una nota formale, il ministero degli esteri egiziano e pure il ministro di Stato egiziano per la produzione militare Mohamed El-Assar. Nella notte tra il 26 e il 27 proprio su disposizione di Massari un funzionario dell’ambasciata si reca presso il commissariato di polizia di Dokki per sporgere formale querela. Il 27 vengono informati i genitori di Regeni che arriveranno al Cairo tre giorni dopo. Nel frattempo le autorità interpellate da Massari escludono che Regeni fosse stato fermato o arrestato e ribadiscono di non avere alcuna notizia. Tutti passaggi sui quali l’allora Ambasciatore al Cairo sostiene di aver informato costantemente Farnesina e Presidenza del Consiglio.

Gentiloni invece viene informato il 26: “Io fui informato dalle strutture della Farnesina il 26 gennaio”, dice l’allora ministro degli Esteri in commissione Regeni il 3 settembre scorso. E solo il 2 febbraio Massari viene ricevuto dal ministro dell’Inter Ghaffar. E forse è troppo tardi: l’esame autoptico ha dimostrato le torture subite da Regeni ma anche il fatto che il giovane probabilmente fosse morto il primo febbraio.

Tutto questo senza che Renzi fosse informato neanche dal suo ministro degli Esteri? Nessuno dei personaggi direttamente coinvolti all’epoca dei fatti vuole o può tornare su quei giorni. Dallo stesso Gentiloni in giù. Ma c’è un altro passaggio dell’audizione in cui l’ex premier è quanto meno confuso: “Dicemmo alla Guidi (allora ministro dello Sviluppo economico, ndr) il 31 gennaio: ‘Vai da Al Sisi’”. In realtà la missione in Egitto della titolare del Mise era prevista da tempo. Durante l’audizione, più volte il presidente della Commissione, Erasmo Palazzotto, mostra insofferenza. “Renzi è venuto a fare un comizio, ha confuso le date, non si era preparato”, commenta poi. Possibile che sia stata solo una gaffe? O forse la gaffe è stata funzionale a cercare di scaricare le responsabilità?

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