Per essere uno dei dirigenti politici più ricercati e ascoltati, Goffredo Bettini ci riceve in una casa spoglia, senza alcuna appariscenza, impossibilitato a muoversi per una sciatica. Il contrario dell’uomo di potere. Però con le idee chiare e la voglia di condurre una battaglia politica dentro al suo partito, il Pd e a sostegno di Conte: “Sarebbe avventuroso provocarne la caduta: un regalo ai potentati”.

Che giudizio dà di questo governo?

Buono. Come Pd siamo usciti dall’isolamento, siamo tornati al centro della scena politica, abbiamo accettato la sfida del governo e credo abbiamo fatto molto bene. Come Paese abbiamo recuperato dignità internazionale con riconoscimenti dall’estero, affrontando con efficacia l’emergenza sanitaria e la trattativa sul Recovery Fund. Inoltre abbiamo dato ai provvedimenti economici da noi assunti una curvatura sociale a sostegno dei più deboli e delle forze del lavoro e produttive. Ora questa fase è finita, si apre la fase della ricostruzione. Per questo serve attorno a Conte un’alleanza più unita. Costituita non da forze che competono aspramente tra loro ma al contrario capaci di elaborare una visione comune sul futuro del Paese.

A chi pensa?

Mi viene in mente Renzi che invece di lavorare per isolare la destra sovranista, favorendo una rottura con essa delle componenti moderate di Forza Italia, attacca il Pd. Di fronte alla responsabilità enorme di un buon utilizzo delle risorse del Recovery Fund, occorre parlare con una sola voce.

Il suo giudizio su Conte?

È colui che ha interpretato meglio una politica equilibrata e incisiva. Considero pericoloso e avventuroso metterlo in discussione.

Però siete rimproverati proprio per l’alleanza con il M5S.

Da un anno a questa parte molte cose sono cambiate. Ognuno di noi non è lo stesso rispetto a prima. Il M5S ha compiuto passi rilevanti verso l’Europa, la comprensione del valore e della funzione pubblica della scienza, verso l’esigenza di uno sviluppo sostenibile e più giusto.

Ma governate con “i populisti…”.

C’è populismo e populismo. In Italia c’è un populismo, quello di destra, che allude costantemente a un ribaltamento delle regole costituzionali, razzista, xenofobo. Poi c’è un altro populismo nato anche per gli errori della sinistra: il M5S è lo specchio di molti nostri fallimenti.

Di nuovo l’idea della “costola della sinistra”?

No. È l’idea di attraversare le contraddizioni del popolo. Altrimenti continueremo a essere votati solo ai Parioli e mai a Tor Bella Monaca.

Anche il Pd è cambiato?

Abbiamo maturato una visione più radicale circa una crescita green. Così come abbiamo condiviso il reddito di cittadinanza che discende da un’antica nostra elaborazione.

Il Pd si è spostato a sinistra?

Il Pd è ancora in una fase di transizione rispetto alla sua identità. Ha dentro cose molto diverse. Ed è un bene. Ma la sua radice sta in un riformismo che intende mutare i rapporti di forza nella società e che è figlio delle idee socialiste, cristiano-sociali e cattolico-democratiche. Non ci serve un riformismo che intende solo innovare nel contesto dato.

Anche per questo si lavora a indebolire Zingaretti?

Se si indebolisce il Pd e la leadership di Zingaretti, si indebolisce Conte.

Perché?

Ci sono forze che vogliono normalizzare il Paese e colpire un governo libero, che non risponde a nessun potere esterno; che non accetta condizionamenti o diktat. A questo nostro profilo si oppone il “salotto buono” del capitalismo italiano che agisce anche comprando i giornali. E poi la Confindustria di Bonomi, molto aggressiva.

Una coalizione molto potente.

Sì, ma lo ritengo un tentativo maldestro perché porterebbe alle elezioni ora, a cui solo la destra è interessata; oppure a un governo tecnico che umilierebbe ancora una volta la politica. Mi dispiace, su questo abbiamo già dato.

La sera del 21 Zingaretti a rischio?

Dopo il 21 nessuno si sottrarrà al confronto e al dibattito. Soprattutto Zingaretti, che ha un altissimo senso della responsabilità. Ma ora stiamo conducendo una battaglia per conquistare tante Regioni d’Italia. Soprattutto in Toscana, oltre al buon governo di Rossi, dobbiamo appellarci alla storia di quelle terre così radicata nell’antifascismo e nel sistema democratico.

La vocazione maggioritaria vi ha creato problemi?

Per me coincide con la capacità di avanzare una proposta al Paese ampia e credibile. C’è stata una fase in cui la vocazione maggioritaria sperava in uno schema bipartitico. Oggi quell’ipotesi è del tutto irrealistica.

Pensa che Bersani dovrebbe rientrare nel Pd?

Penso che sarebbe utile una riaggregazione a sinistra.

Il suo Sì al referendum è convinto?

Sì, è convinto perché il quesito, il ‘testo’ e non il ‘contesto’ della polemica politica, non lascia dubbi. Cito un grande dirigente della sinistra: ‘Sono stato sempre convinto che la prima riforma è il monocameralismo. Una platea di mille membri non può funzionare. Più alto è il numero, più cresce l’inefficienza dell’istituzione’.

Di chi si tratta?

Non dico il nome per non strumentalizzare la memoria del passato.

Sabato scorso vi siete appartati con Grillo per circa un’ora. Cosa vi siete detti?

Mi ha detto che sostiene pienamente Conte e che il M5S ha nuove responsabilità da affrontare.

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