Enzo Biagi tornò in onda dopo l’editto bulgaro riproponendo il titolo del suo primo programma Tv: RT Rotocalco televisivo, nell’aprile 2007. L’esilio era durato cinque anni. In quella che fu la sua ultima trasmissione decise di intervistare l’unico del trio (Michele Santoro era già tornato su Rai2) ancora escluso: Daniele Luttazzi il numero uno della satira. In giro ci sono comici bravi, alcuni bravissimi che sanno imitare, ma la satira politica è un’altra cosa. Luttazzi è di un altro pianeta, è l’erede di Alighiero Noschese. Dall’intervista con Biagi, Luttazzi non ha mai più varcato la soglia della Rai.

Il 9 agosto, il più importante giornalista della televisione italiana, avrebbe compiuto cento anni: nato nel 1920 a Pianaccio, Appennino Tosco-Emiliano. La sua storia tv iniziò nel 1961 quando diventò direttore del Telegiornale: “Andavo a scoprire un modo nuovo di fare il mio mestiere”. Non c’è stato nessuno come lui che abbia saputo rinnovare il linguaggio della tv. Al Tg cambiò le regole scandalizzando i più conservatori: sostituì alla conduzione l’annunciatore col giornalista, portò le telecamere nei luoghi dove accadevano i fatti. Nel 1962 inventò il primo rotocalco televisivo Rt: “Pensavo che anche con le immagini si potessero raccontare delle storie e approfondirle come sui periodici di carta”. Quante trasmissioni di approfondimento giornalistico hanno preso spunto da Linea diretta del 1985. Infine Il Fatto di Enzo Biagi, prima edizione 1995, per un totale di 848 puntate.

L’intervista è stata la cifra del giornalismo di Biagi: è lui che ha inventato il faccia a faccia. I suoi incontri hanno fatto Storia, hanno accompagnato il telespettatore verso il nuovo millennio. La definizione che gli fu data lo calza a pennello: Testimone del tempo. Enzo Biagi è stato un giornalista “scomodo”. Lo è stato da vivo, lo è ancora oggi a 13 anni dalla scomparsa, in quanti, tra i politici, avrebbero voluto Biagi nell’oblio, come tentò l’ex Cavaliere allora presidente del Consiglio con l’editto bulgaro. Il 18 aprile 2002 lo accusò, con Santoro e Luttazzi, di aver fatto un uso criminoso della tv. La risposta di Biagi non si fece attendere: “Quale sarebbe il reato? Stupro, assassinio, rapina, furto, incitamento alla delinquenza, falso e diffamazione? Denunci”. Poi aggiunse: “Signor presidente, la mia età e il senso di rispetto che ho per me stesso mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri. Sono ancora convinto che in questa nostra Repubblica ci sia spazio per la libertà di stampa. E ci sia perfino in Rai che, essendo proprio di tutti, come lei dice, vorrà sentire tutte le opinioni. Perché questo è il principio della democrazia. Sta scritto, dia un’occhiata, nella Costituzione”. Sua Emittenza aveva vinto una battaglia. Biagi, con il ritorno in tv nel 2007, a 86 anni, la guerra.

A lui piaceva sperimentare, intervistare era un modo per conoscere. Biagi e Luttazzi non si erano mai incontrati. Ricordo l’emozione dell’artista di fronte al maestro di giornalismo. Biagi, già segnato dalla malattia – se ne andò dopo pochi mesi – lo mise subito a suo agio, manifestandogli simpatia e stima professionale. Lo volle a Rt perché Daniele non aveva eguali nel raccontare, attraverso il linguaggio della satira, la realtà. Come aveva fatto a Satyricon nella puntata “incriminata”, che lo fece entrare nell’Olimpo dell’editto, quando Marco Travaglio presentò il libro L’odore dei soldi dedicato al re del conflitto d’interessi. Nell’intervista con Biagi, il comico lanciò il comma Luttazzi contro le querele vessatorie per impedire la satira, quella vera, che viene perseguitata da chi vorrebbe essere l’uomo solo al comando, tentando di imporre il pensiero unico. “Tu, se vuoi, potente di turno, mi puoi fare causa per 20 milioni di euro, ma se perdi la causa, i milioni li dai tu a me”.

Biagi e Luttazzi avevano in comune: la schiena dritta (definizione che diede il presidente Ciampi al giornalismo di Biagi), non aver mai perso una causa per diffamazione e le cacciate dai giornali e dalle tv sempre per ragioni politiche. “Tra me e i miei editori c’è sempre stato un politico di troppo”, raccontava Biagi.

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